La politica italiana nel polverone del populismo e nei labirinti del trasformismo

Scritto da  Pubblicato in Pino Gullà

pino_gulla_e1a1b-1_7900e.jpgIl governo del patto tra Lega e Movimento 5 Stelle è arrivato al termine. Il primo ministro Conte, dopo le comunicazioni puntigliose, il conseguente dibattito e la replica al Senato, è andato al Quirinale per rimettere il proprio mandato nelle mani del Presidente Mattarella. Il primo ministro uscente ha avuto il merito di parlamentarizzare la crisi, facendola uscire dagli annunci, da face-book, dai comizi estivi, dalla spettacolarizzazione, conducendola nel naturale ambito di Palazzo Madama. E dire che all’inizio del suo incarico nessuno gli dava importanza. Veniva snobbato: era considerato un comprimario, buono solo a calmare le acque della politica populista e sovranista dei vicepresidenti Di Maio e Salvini. Ha chiuso questa sua prima esperienza da protagonista e sono arrivati gli apprezzamenti dall’Ue e dal G7.

Nelle fasi concitate del dibattito si sono riavvicinate Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia per il ritorno al voto subito, anche se Matteo Salvini ha lasciato la porta socchiusa a Luigi Di Maio per un “ricominciamo”; contemporaneamente si è formata nella fase iniziale, una maggioranza numerica inedita tra Movimento 5 Stelle, PD e LEU; le prime due forze politiche avevano già dato i suffragi a Ursula von der Leyen, eletta presidente Della Commissione europea. Non molto tempo fa le posizioni risultavano ben altre. Di fatto è una politica che si scompone e si ricompone con alleanze più o meno provvisorie. Negli anni Sessanta si chiamavano maggioranze variabili, convergenze parallele, equilibri più avanzati, la politica dei due forni. Varie dizioni con significato simile, sinonimi, per gestire momenti complicati. Per alcuni Salvini ha sbagliato i tempi della crisi; per altri è una crisi strana con i ministri al loro posto. E’ risultata controproducente per la Lega; ha reso possibile il ritorno di Renzi sulla scena con la sua proposta di alleanza tra Pd e Movimento 5 Stelle per evitare il ritorno anticipato alle urne; ha permesso al M5S di pensare ad altre soluzioni, al di là del voto, mettendo in difficoltà la Lega.

Eppure Salvini fino all’altro ieri era l’uomo forte, il leader indiscusso. Ha trasformato il partito dell’indipendentismo padano, ridotto ai minimi storici, in forza politica nazionale vittoriosa alle ultime Europee. Ha iniziato la carriera politica, distribuendo volantini; è diventato il numero uno della Destra. Di professione giornalista, ha usato la comunicazione in maniera efficace come pochi, girando in lungo e in largo. Osannato. Ma nelle ultime settimane qualcosa non è andata per il verso giusto. Proprio dopo aver annunciato la crisi durante i comizi, sono iniziate le contestazioni, in particolare nelle piazze calabresi e siciliane. Prima applausi e ovazioni; ora le critiche anche all’interno del partito. Lo stesso Giancarlo Giorgetti, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, considerato il numero due della Lega, ha dichiarato alla stampa che il vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno avrebbe dovuto staccare la spina subito dopo la vittoria elettorale alle Europee.

In piena canicola, dopo gli annunci, ha mostrato incertezza. Addirittura sembrava pentito dello strappo; l’impressione è stata quella di voler fare un passo indietro o almeno ricucire con il M5S. Alcune sue dichiarazioni hanno fatto pensare ad un rimpastone: “Poi se qualcuno vuole dialogare io sono qua, sono la persona più paziente del mondo e il mio telefono è sempre acceso”. Ma ha risposto perentorio Luigi Di Maio: “Ormai la frittata è fatta. Ognuno è artefice del proprio destino. Buona fortuna!”. Ultimamente Grillo, dopo la riunione con i massimi rappresentanti pentastellati ha stigmatizzato il comportamento di Salvini: “Inaffidabile!”. Il leader della Lega sembra avere il fiatone. L’eccesso di comunicazione gli ha giocato un brutto scherzo; forse si è lasciato prendere la mano dalle sue stesse narrazioni.

Secondo i bene informati Salvini sarebbe preoccupato per un eventuale governo di legislatura formato da Pd, M5S e Leu. L’ha proposto Matteo Renzi con giravolta rispetto alle precedenti posizioni, tornando al centro della scena; tra i motivi la salvaguardia dei conti dello Stato.  Delegazione PD al Quirinale capeggiata da Nicola Zingaretti, segretario del PD, per verificare la possibilità di una nuova maggioranza su 5 punti programmatici per un governo di legislatura; per il M5S i punti sono stati raddoppiati.  Il vero nodo è il taglio dei parlamentari che i Pentastellati vorrebbero subito, mentre per il Pd lo vorrebbe collegato ad un di diverso quadro costituzionale e alla riforma elettorale. I tempi si allungherebbero. Inoltre le trattative hanno segnato una battuta d’arresto sul nome del premier. Il M5S preme su un Conte bis. Sarebbe più corretto, politicamente, dire un Conte 2: lo stesso premier, ma con ministri e programma diversi rispetto al passato.  Salvini si troverebbe all’angolo, anche perché l’ala movimentista dei Pentastellati, quella che farebbe riferimento a Roberto Fico, ha punti di contatto con il Pd. Il presidente della Camera potrebbe diventare il futuro candidato di un esecutivo di lunga durata con Pd e Leu; ciò rafforzerebbe la leadership della terza carica dello Stato a discapito di Luigi Di Maio. In ambito Pd acquisterebbe punti Matteo Renzi che, secondo i rumors, salvaguarderebbe per le future candidature elettorali “i suoi parlamentari” o, perlomeno, farebbe passare eventualmente la voglia a Zingaretti di repulisti del personale politico renziano. Ma pare che il presidente della Camera non voglia lasciare lo scranno più alto di Montecitorio. Preferisce restare al suo posto. Al di là dei retropensieri ci sarebbero delle convergenze tra M5S e PD per quanto riguarda i contenuti: aiuti alle famiglie, sostegno al salario minimo, maggiore attenzione al welfare…

In ogni caso la politica italiana è più liquida del solito.  Insomma, ci troviamo davanti ad un populismo esagerato e ad un trasformismo sfrenato. Massimo D’Alema e Matteo Renzi, prima distanti, sono più o meno sulla stessa linea, impensabile fino a qualche anno fa: “Un governo si può fare. Chiamarlo ribaltone non ha senso. Sarebbe il frutto di un accordo. Bisogna capire non se si possa fare, ma ragionare se sia sostenibile per una legislatura. Questo è il problema”. Così ha dichiarato il Lider Maximo di un tempo in un’intervista brevissima a Il Foglio, ripresa da Il Fatto Quotidiano. Carlo Calenda ha intenzione di restituire la tessera Pd a causa degli inciuci in atto. Avrebbe intenzione di fondare un nuovo movimento politico. Romano Prodi ha lanciato la sua proposta: la coalizione “Orsola” con Pd e M5S che hanno contribuito ad eleggere Ursula von der Leyen presidente della Commissione europea. Si vocifera che Matteo Renzi voglia sparigliare per fondare un suo movimento. Come si può facilmente evincere, il rischio di frazionismo è alto. Considerata la situazione in divenire, si resta in fiduciosa attesa delle iniziative di Sergio Mattarella che, dopo le dimissioni di Giuseppe Conte, ha iniziato le consultazioni.

Concluso il primo giro, ha concesso altro tempo, intravedendo la possibilità che si formi una maggioranza. In verità è rimasto un po’ contrariato. Avrebbe già voluto chiudere. Ha ragione: l’attuale crisi politica potrà recare danno all’economia del Paese. Bisogna approvare la legge di bilancio, cercare di evitare l’esercizio provvisorio; disinnescare le clausole di salvaguardia e l’aumento dell’Iva. Si spera di uscire dalla situazione di impasse con l’aiuto di Mattarella che in situazioni del genere ha sempre mostrato saggezza nel seguire le procedure dettate dalla Carta costituzionale. “Decisioni sollecite”, ha raccomandato alle delegazioni dei partiti che vuol dire: “Fate presto!”. Andare oltre i tatticismi. Se non si raggiungerà l’accordo nei prossimi giorni tra Pd e M5S si andrebbe ad elezioni anticipate.  E tanti auguri al nostro Paese!

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