Società ed economia nella Calabria del Settecento: fenomeni di sviluppo e di declino

Scritto da  Pubblicato in Francesco Vescio

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 La Calabria nel XVIII secolo mantenne una struttura economica e sociale sostanzialmente simile a quella dei secoli precedenti: nella società, infatti,  continuò la prevalenza del dominio feudale laico ed ecclesiastico, per quanto concerne l’economia il settore più rilevante rimase quello agricolo- pastorale; nello stesso periodo, tuttavia, si verificarono degli eventi considerevoli che tendevano al mutamento nell’assetto sociale, nella diversa struttura della produzione agricola e molto importante fu l’inizio della tendenza  a spostare gli insediamenti umani dalle zone montane e collinari verso quelle pianeggianti e costiere. Nel presente scritto si procederà nell’esplicazione dei diversi fenomeni, sopra indicati, solo negli aspetti più significativi, e in maniera lineare con l’avvertenza che, nell’effettiva realtà storica, essi si svolsero con frequenti interruzioni, resistenze, stasi e tensioni di vario genere. Nel Settecento la popolazione, nonostante carestie, pestilenze, alluvioni ed il terribile terremoto del 1783, che causò migliaia di morti e distruzioni catastrofiche principalmente nella Calabria Ultra, la parte della regione, posta, grosso modo,  a sud del fiume  Savuto e del Neto, aumentò notevolmente, per come viene indicato nel brano successivo: “I primi dati attendibili (1765) indicano una popolazione di 648 mila abitanti, che nel 1775 – cioè in un solo decennio- crescono fino a 725 mila; nel 1788, cioè dopo la catastrofe sismica del 1783, vivono in Calabria circa 750 mila abitanti; cioè dagli inizi del 500 alla seconda metà del Settecento la popolazione è triplicata. Per cogliere il significato dell’ascesa demografica e delle gravi conseguenze che ebbe sul territorio, basti porsi la domanda: poté la Calabria fornire i beni alimentari per l’accresciuta popolazione?  Il fatto stesso che lo sviluppo demografico non fu condizionato dalla disponibilità di risorse dimostra che gli abitanti della Regione seppero procacciarsi i beni necessari per vivere. Ma come? E con quali conseguenze? Indubbiamente la trasformazione dei boschi in seminativi fu il mezzo più comune per espandere la cerealicoltura e la pastorizia: più che la scure furono gli incendi- le <cesine> di cui si ha ancora memoria-  a distruggere parte dei secolari boschi appenninici e la superstite macchia mediterranea del colle-piano” (Giuseppe Brasacchio, Storia Economica della Calabria – Vol. 4 – Dalla Restituzione del Regno all’Occupazione Francese – 1734- 1806, Edizioni EFFE EMME, Chiaravalle Centrale, 1977, p. 31).

Nello stesso secolo una parte della popolazione cominciò a spostarsi dai monti e dalle zone collinari verso le aree costiere, i motivi e le modalità di tale fenomeno sono ben delineate nel passo seguente: “Si può quindi immaginare quanto lenta e, probabilmente, quanto legata a ondate generazionali ( per la più agevole accettazione dello spostamento da parte degli elementi più giovani) dovette essere la discesa delle popolazioni calabresi verso la pianura e la costa che- per altri e comuni motivi- si andò determinando in questo secolo. Dopo un millennio di completo arroccamento, infatti, fu nel secolo XVIII che ebbe inizio una prima, sporadica discesa di qualche nucleo demografico a valle. Fenomeno corposo, gravido di conseguenze enormi – e forse anche imprevedibili- , questo riflusso delle popolazioni di Calabria verso il mare dei millenni antichi [ L’autore si riferisce al periodo della colonizzazione ellenica e alla dominazione romana e bizantina, N.d.R.] dopo un altro millennio di annidamento  e di identità storica e culturale fatta di isolamento alpestre, è il presupposto primo e fondamentale di quella complessità e contraddittorietà che la  Calabria offre come suo carattere essenziale, di quella convivenza di contrapposti caratteri con i quali ha esordito questo saggio. Ecco perché il secolo XVIII è per la Calabria momento molto altamente periodizzante, atto di nascita della regione odierna” (Augusto Placanica, I caratteri originali, in ‘ La Calabria- Storia d’Italia- Le Regioni dall’Unità a oggi’, a cura di Piero Bevilacqua e Augusto Placanica, Einaudi, Torino, 1985, p.51). Come accennato sopra, l’economia della Regione era in quel periodo storico  fondamentalmente agricolo – pastorale, per cui intorno al possesso della terra si articolava la stessa struttura della società; il potere maggiore stava nelle mani dei feudatari, laici ed ecclesiastici, e nel personale da loro dipendente: militari, amministratori e così via; vi era una piccola borghesia cittadina nelle poche città demaniali, dipendenti dalla Corona e non infeudate, ed una massa enorme di contadini legati alla terra con diversi tipi di contratti, ad esempio: enfiteusi, censo, colonia, etc.

Nelle note che seguono si cercherà di delineare negli aspetti più peculiari l’evoluzione dei rapporti sociale in Calabria: “Nel Settecento il baronaggio mantenne sostanzialmente la potenza economica, politica e giudiziaria ereditata dal viceregno. Il feudo conferiva al barone un titolo prestigioso, ma soprattutto, la giurisdizione sul territorio feudale ed un privilegiato e più lieve onere fiscale rispetto alle terre allodiali  [... ] Nelle due province calabresi i dati del Galanti assegnano nel 1788 alla giurisdizione regia 69.037 abitanti della Calabria Citra   e 90.814 della Calabria Ultra, mentre risultano soggetti ai baroni 277.704 abitanti della Calabria Citra e 321.899 nella Calabria ultra: cioè su 750 mila abitanti ben 590 mila ricadevano sotto la giurisdizione feudale […] … Sulla consistenza dei beni della Chiesa si sono indicati spesso cifre esagerate, dettate dalla polemica anticuriale del Settecento intesa ad evidenziare l’enorme estensione della proprietà ecclesiastica. I recenti studi hanno ridimensionato l’entità dell’estensione sulla base di ricerche statistiche che assegnano alla proprietà ecclesiastica il 10-12% del territorio o poco più […] La lentezza che caratterizzò il declino del baronaggio e l’emergere di nuove forze nella società del Settecento impediscono di valutare un processo evolutivo che pur nel silenzioso svolgersi modificò sensibilmente il regime fondiario e soprattutto dissodò il terreno per il più incisivo intervento dei Napoleonidi […] Il processo di emergenza di nuove forze sociali – borghesia rurale e patriziato cittadino – attraverso l’evoluzione nel senso capitalistico dell’impresa turbò il secolare equilibrio nelle campagne e sconvolse i tradizionali rapporti tra contadini e proprietari.

Evoluzione capitalista e privatizzazione delle terre demaniali ed ecclesiastiche, nella corsa verso l’individualismo agrario, si svilupparono nell’ambito delle strutture del vecchio regime feudale e determinarono il perturbamento degli antichi rapporti e conflitti d’interesse, sui quali è opportuno soffermarsi. Man mano che borghesi, nobili e nobili viventi [ Gruppi sociali, che pur non avendo il titolo nobiliare, vivevano come se fossero nobili, N.d.R.] ingrandivano, o formavano ex novo, cospicue unità fondiarie attraverso le forme legali, - acquisto per il tramite della Cassa Sacra- ed ancor di più attraverso la chiusura a difesa di parte dei demani feudali e comunali, i contadini venivano emarginati e privati dei tradizionali godimenti di usi civici, che avevano consentito per il passato di appagare i più elementari bisogni di sussistenza” (Giuseppe Brasacchio, op. cit., pp.95-170, passim). Nel corso del XVIII secolo nella Regione ci fu una ripresa del commercio per come indicato nel brano seguente: “Però in questi porticciuoli, dopo il 1750, un certo traffico aveva ripreso: la Calabria era priva di vie carrozzabili – ché la vecchia via longitudinale romana [ L’autore fa riferimento alla Via Popilia, che dalla Campania giungeva  a Reggio, N.d.R. ] era a poco a poco scaduta dopo la conquista angioina a una pista mulattiera -- ma aveva, lungo il suo amplissimo giro di riviere, un notevole numero di scali, per lo più scarsi di arredo ma discretamente adeguati per le esigenze di questa età: Diamante e Paola, Pizzo e Tropea, Gioia e Scilla sul lato occidentale, e sulla costa ionica Reggio e Soverato e Crotone sono, nel secolo XVIII, porti di carico per minuscole partite di seta e più rilevanti quantità di olio ( di frequente raccolte nei mercati un po’ interni: come a Vibo e Catanzaro la prima, a Seminara e Corigliano il secondo) e qualche volta per le uve da tavola ( tipicamente Scilla). A Crotone confluivano pure i formaggi e le pelli delle mandrie incrocianti fra la Sila e i litorali di Marchesato, e il legname silano, che venivano mandati a porti francesi o a quelli veneti” (Lucio Gambi, Calabria, Utet, Torino, 1978, pp.183-184). Da quanto sopra esposto si può inferire che la Calabria nel Settecento, pur afflitta da tanti mali atavici dovuti sia alla natura sia alle profonde differenze sociali, lentamente si avviava verso nuove attività economiche e si apriva a mercati più ampi nell’area mediterranea.

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