di Gianfranco Manfredi
In Calabria è stata presentata domenica scorsa a Saracena la guida Vinibuoni d’Italia, edita dal Touring Club. Ma perché proprio lì? Il motivo è semplice. Perchè Saracena, piccolo antico borgo tra le falde del Pollino e la catena costiera, è una meta ideale per gli amanti del mondo del vino per via del rinomato Moscato o Moscatello di Saracena, vitigno autoctono coltivato esclusivamente in quest’area la cui storia ha affascinato appassionati ed esperti. Sto parlando di una delle guide più originali del panorama enologico, la guida Vinibuoni d’Italia. E’ l’ unica – nel panorama italiano e internazionale – dedicata esclusivamente ai vini da vitigni autoctoni, cioè a quei vini prodotti al 100% da vitigni che sono presenti in loco da oltre 300 anni.
Ispirata alla tradizione enologica italiana e volta a valorizzare le radici locali, il territorio e la tipicità, Vinibuoni d’Italia dà un segnale preciso, ed anche una salutare scossa, ai consumatori e al mercato italiano ed estero. Qualifica il made in Italy del vino con tutto il suo ricco patrimonio di qualità e diversità.
Organizzata dall'Amministrazione Comunale, dall'Associazione produttori del Moscato, in partnership con Vinocalabrese.it, il portale web ideato e curato dall’esperto Giovanni Gagliardi (uno blogger dinamico quanto appassionato), l’iniziativa si è tenuta nella sala del Consiglio Comunale. All'evento hanno partecipato Umberto GAMBINO, curatore per la Calabria della guida, Linda NANO (Slowfood) responsabile comunicazione della guida, Luigi VIOLA presidente associazione produttori Moscato Saracena, Antonio SCHIAVELLI del distretto agroalimentare di qualità di Sibari,il Sindaco Mario Albino GAGLIARDI, l'On. Mimmo PAPPATERRA, presidente dell'Ente Parco Nazionale del Pollino e finanche chi firma questa rubrica.
Sono oltre 4.500 i vini recensiti dalla Guida e alcuni sono stati riconosciuti meritevoli di riconoscimenti particolari. Ben 278 vini hanno ottenuto la Corona (massimo riconoscimento per i vini top dell’eccellenza); 230 vini hanno ottenuto la Golden Star (“medaglia d’argento” per eleganza, finezza, equilibrio, qualità e precisa espressione del varietale e del territorio); e 296 vini sono stati classificati “da non perdere” ( di particolare pregio, hanno un’apposita sezione della Guida).
Ai miei (pochissimi) lettori del Lametino rivelo subito che nessuna delle nostre aziende del territorio è presente in questa edizione della Guida del Touring. Non hanno mandato i campioni per farli valutare? O, addirittura, sono stati esclusi? Non è dato saperlo. Certo in passato, in edizioni precedenti, la Guida Vinibuoni d’Italia aveva valutato anche discretamente alcuni vini lametini. Qualcosa è deve’essere capitata per determinare il blackout…
Certo in Calabria la carta di vitigni autoctoni – secondo il mio modesto avviso – è ancora tutta da giocare e può risultare vincente. Magliocco dolce e canino, arvino, guarnaccia, marcigliana, nera di Scilla. E poi, Corinto nero, negrello campoto, nerello di Savelli. Gruppi di “famiglie”, come il vasto parentato dei Nocera e dei “cugini” del sangiovese. Ma anche soggetti a sé stanti come il castiglione o il tundulillo bianco. Sembra infinito il patrimonio dei vitigni antichi che si sta scoprendo in Calabria. E’ un giacimento straordinariamente ricco, come in pochi altri posti al mondo, a quanto pare.
Non si tratta solo di scelte autonome dei produttori. Con la riscoperta e la rivalutazione degli autoctoni si segna la voglia anche dei consumatori di reagire all’omologazione del gusto, di contrastare un appiattimento che rischia di cancellare le differenze, quella biodiversità che anche nella viticoltura è la chance decisiva per terre come la Calabria. Autoctono significa, indigeno, generato, insomma, dalla stessa terra. In Calabria il vitigno locale e tradizionale per eccellenza è il gaglioppo, la varietá rossa che è alla base del Cirò, del nostro Lamezia, del Melissa e di altri rossi e rosati diffusi. Produce un vino dai tannini a volte un po’ duri, ma in compenso ha una complessitá aromatica che lo rendono affascinante, unico. Fu proprio il patrimonio tannico a far preferire quest’uva rispetto ad altre nella selezione della storia perché proprio questi tannini conferivano al vino la capacitá di conservarsi nel tempo ed essere, oltre che un alimento, anche un mezzo di scambio a tutti gli effetti.
Ora oltre al gaglioppo negli ultimi anni si sta riscoprendo, valorizzando e a riproponendo il magliocco, sia nella tipologia “dolce” sia in quella “canina”, varietà entrambe “povere”, un tempo utilizzate per vini da taglio. E sul magliocco dolce (con un’aggiunta di aglianico) fonda principalmente il suo appeal intrigante un rosso straordinario che propongo di stappare per il rituale brindisi di questa rubrica. E’ l’Èlaphe dei Poderi Marini di San Demetrio Corone, un vino che ho apprezzato molto nell’annata 2008 e che proprio in questi giorni sta per uscire in bottiglia col 2009. Sgorga da vigneti molto belli, che ricoprono ordinati, degradando verso la piana di Sibari e il mar Jonio, una collina prospiciente il borgo antico di San Demetrio Corone, “capitale” della cultura arbrëshë e culla dei Marini, un casato di intellettuali, patrioti e politici ma anche di imprenditori agricoli illuminati.
L’Èlaphe e gli altri vini dell’azienda sono creature di Maria Paola Marini e del fratello Salvatore. In abito scuro, con un’etichetta che riprende motivi dei mosaici della chiesa bizantina di Sant’Adriano, è un rosso vivo ma concentrato che nel calice si fa subito sentire con una notevole, personalissima, ricchezza di effluvi. Si avvertono frutti rossi selvatici, liquirizia e spezie delicate. Sull’ultimo numero della rivista Bibenda è stato valutato col massimo punteggio (90/100) tra 12 selezionate etichette della provincia di Cosenza. E’ un vino non-palestrato, elegante, che viene vinificato in acciaio e poi matura per quattro mesi in barrique. E’ magnifico accompagnarlo con arrosti o formaggi semistagionati. In enoteca l’Èlaphe si trova a 13-14 euro.
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DI GIANFRANCO MANFREDI
Si beve l’acqua per dissetarsi e si gusta il vino per il piacere del palato... Del resto Victor Hugo, in uno slancio umanistico rimarcò da par suo la differenza di funzioni tra le due bevande ricordando che se Dio ha creato l’acqua, è stato l’uomo a creare il vino. Dell’argomento si è occupato di recente a Lamezia il professor Giorgio Calabrese, medico e famoso nutrizionista, docente di Scienza dell’alimentazione all’Università Cattolica di Piacenza. Calabrese è stato a Lamezia per una tavola rotonda che ha sugellato la cerimonia del Premio Speciale “notaio Galati” alla 4ª edizione del Concorso Enologico Nazionale “Vini del Mediterraneo”, riconosciuto dal Ministero delle Politiche Agricole e Forestali. Le premiazioni del concorso riservato esclusivamente alle categorie certificate, che si è svolto lo scorso dicembre, sono avvenute sabato 5 febbraio a conclusione della 41ª FierAgricola di Lamezia Terme. L’illustre nutrizionista era a Lamezia in veste di Presidente nazionale dell’Onav, l’associazione degli assaggiatori del vino che ha curato il Concorso.
Nel corso della tavola rotonda, il professor Calabrese ha spiegato il nesso vino-salute sfatando tanti luoghi comuni sull’alimentazione e l’assunzione di bevande a tavola e fuori pasto. Ha sottolineato, innanzitutto gli effetti benefici del vino che, se assunto in piccole dosi e occasionalmente, non è dannoso per la salute dell’uomo. L’alcol, infatti, non è un nutriente essenziale per l’alimentazione umana, tuttavia ricerche autorevoli svolte in più parti del mondo dimostrano che, se assunto in maniera attenta e corretta, può portare addirittura effetti benefici nel corpo. Ciò comporta, molto semplicemente, ha spiegato il professor Calabrese, che l’introduzione di alcol va sempre associata ai pasti e in modica quantità. Sono due parametri da rispettare, sempre e scrupolosamente, se non si vuol mettere in difficoltà il nostro organismo. Perciò è più che mai corretta la regola “si beve l’acqua e si gusta il vino”, in quanto è essenziale non sostituire l’acqua, la bevanda principe che disseta, con il vino, il quale in qualità di alimento-bevanda, nutre.
A supporto della sua tesi, Calabrese ha riferito della ricchezza di componenti che si trovano in un bicchiere di vino, anzi, sarebbe meglio dire in un buon bicchiere di vino. Sono davvero molte le sostanze e i composti con funzioni benefiche. Oltre all’alcol, ha affermato l’illustre scienziato, nel vino rosso in particolare, ci sono i polifenoli e il resveratrolo che hanno funzioni protettive sul sistema cardiocircolatorio. Questa peculiarità, negli ultimi dieci anni, ha solleticato parecchio la curiosità di medici e scienziati, che sono continuamente alla ricerca degli effetti di ogni alimento. Calabrese è un sostenitore degli effetti benefici delle sostanze presenti nel vino. Quali il resveratrolo e l’enzima cicloossigenasi – detta anche COX – che, secondo l’illustre nutrizionista, hanno dimostrato un’azione attiva nella possibile prevenzione dei tumori. Queste due sostanze agiscono su strutture cellulari ed enzimatiche, mettendo in atto meccanismi che sempre più interessano la scienza medica, anche per quanto riguarda la branca oncologica.
Particolarmente importati i polifenoli e il resveratrolo in quanto questi composti svolgono un’azione molteplice di protezione sia dei vasi sanguigni sia del cuore. Entrambe, ma soprattutto il resveratrolo, favoriscono la maggiore produzione di colesterolo “buono” o HDL e abbassano nel contempo quello “cattivo” o LDL. Ma il vino contiene circa 400 componenti diversi, fra cui 6 tipi di zuccheri, 12 di alcol, 14 di acidi organici, 22 oligoelementi, 17 sostanze coloranti. La sua acidità è simile a quella dei succhi gastrici –cioè un pH di 3-3,4 - necessaria per la digestione ottimale delle proteine. Il vino aumenta anche la secrezione della saliva e dei succhi gastrici. Bere vino mangiando, quindi, sostiene Calabrese, non è una moda ma è un’esigenza, non solo gastronomica. L’uomo ha inventato il vino, non solo per gustarlo ma per “degustarne” tutti gli aspetti positivi: che sono tanti, se inseriti in un giusto regime alimentare.
Orbene, con cosa brindare alla scienza del grande nutrizionista e alla salute di tutti noi? La scelta a questo è obbligata e non può che ricadere su un rosso ricco di polifenoli e resveratrolo. Propongo, quindi, di stappare una bottiglia del rosso Igt Val di Neto “Zingamaro” della cantina Pizzuta del Principe di Clara Ranieri e di suo marito, Albino Bianchi. Greco nero in purezza, profondo rosso alla vista, con bei riflessi violacei, lo Zingamaro colpisce il naso con un mix straordinario di profumi fruttati ( ribes nero, amarene e ciliegie mature), note speziate e sentori di liquirizia. E’ un calice gradevolissimo, corposo e concentrato da accompagnare con un pecorino stagionato. E’ l’unico rosso calabrese che compare sulla carta dei vini del celeberrimo ristorante di Gianfranco Vissani a Baschi ed è davvero una gran bella soddisfazione per don Albino Bianchi, farmacista-gentiluomo-vignaiolo, che a Strongoli ha dato nuova vita e nuovi impulsi alla sua bella azienda: ulivi e vigne sugli ultimi declivi che guardano alla foce del Neto.
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DI GIANFRANCO MANFREDI
Chi l’ha detto che per bere un Signor Vino bisogna spendere cifre inebrianti? E chi è che reputa che l'unico indicatore per capire la qualità del vino, alla fin fine, sia solo il prezzo. Sono in tanti, forse in troppi, a pensarla così. E in tanti praticano – a loro spese – questo modo di pensare. Ho visto coi miei occhi persone scegliere il vino al ristorante limitandosi a scorrere la colonna dei prezzi. Per far bella figura, per far colpo e impressionare i commensali, si può finire con l’ordinare una bottiglia di Romanée-Conti Echezeaux Grand Cru, Cote de Nuits dell’85 (sui novecento euro) per accompagnare un medaglione di aragosta cotta al vapore, e finendo così col commettere un duplice delitto, ammazzando contemporaneamente sia il nobilissimo pinot noir francese sia il soave crostaceo…
Ci sono, invece, bottiglie che costano cifre modiche – sui dieci euro, anche 7-8 – , e hanno un contenuto pregiato. Ci sono ottimi vini, insomma, il cui prezzo non dà capogiro.
Intendiamoci: il solo costo del vino rappresenta in genere un quinto del prezzo finale, e il resto è rappresentato da tasse, costi di gestione, sughero e vetro e soprattutto (un terzo del costo totale) i margini di guadagno fino al negozio. Un approfondimento dell’esperto Davide Paolini pubblicato sul Sole 24 ore ha stimato che su 3,6 miliardi di bottiglie bevute ogni anno, 2,9 miliardi di orientino nella fascia medio-bassa di prezzo compresa tra i 2 e i 10 euro.
La prima regola da seguire è quella di partire dal vitigno gradito, dalla zona di produzione: solamente a quel punto si mettono a confronto prezzi, marchi ed etichette. La seconda regola proposta da Paolini sul Sole 24 Ore è: per avere un prodotto di qualità superiore bisogna non scendere sotto un prezzo minimo, che si potrebbe collocare ai 3 euro. Sotto questa cifra ci sono prodotti dignitosissimi, ma sono difficili da individuare tra i vini più scadenti.
Negli scaffali di enoteche, negozi e supermercati la scelta dei vini è cresciuta in termini esponenziali. Ormai non ci sono più territori Doc (Denominazione di origine controllata) e pure Docg (Denominazione controllata e garantita) con poche etichette. Dunque è possibile scegliere tenendo presente che molte cantine importanti – anche le più rinomate – hanno, nella loro offerta, vini di prezzo interessante che, prodotti in larga scala, servono spesso per sostenere i rossi o i bianchi d'immagine che trainano il marchio aziendale.
Comunque è sempre importante leggere con attenzione l'etichetta, la provenienza, le sigle (Igt, Doc, Docg), rendersi conto se il vino è imbottigliato all'origine dal l'azienda che lo mette sul mercato. Infine si ricordi che fra gli outsider, magari fino agli 8 o 9 euro, si può nascondere quello pronto a salire nella hit parade della critica, aspetto che successivamente farà alzare il prezzo. Di conseguenza chi riesce a individuare questa etichetta paga meno e ha la soddisfazione di aver scoperto la chicca. Cosa che non succede acquistando vini già affermati, ma che fanno piangere il portafogli.
Il viaggio nella Calabria low cost del vino parte dal nord-ovest cosentino e precisamente da Montalto Uffugo in località Cariglialto: a 320 metri c'è un vigneto biologico dove nasce il Donn’Eleonò Igt Valle del Carti, che ha un prezzo finale al pubblico di 9 euro. Sa di lampone e ribes questo magnifico rosato prodotto da Lidia Matera nella sua azienda Terre Nobili. Lo ottiene da uve Magliocco e Nerello in quote paritarie col metodo tradizionale del salasso di uve rosse.
Spostiamoci più a est e arriviamo a Cirò Marina per un calice di Cirò. Una performance eccezionale di rapporto qualità-prezzo è firmata dall’azienda Librandi col suo Cirò rosso Doc che arriva sugli scaffali a 7-8 euro. Un prezzo ottimo per un rosso doc rotondo e di spessore con netta impronta di ciliegia e note speziate di cardamomo.
Scendendo un po’ più a sud troviamo a Strongoli l’azienda Dattilo di Roberto Ceraudo che produce, tra l’altro, il Petelia Igt che ha un prezzo al pubblico di 9 euro. E’ un blend di greco bianco, mantonico e chardonnay, per un bianco a regola d’arte, fresco, floreale e fruttato con piacevoli note esotiche di papaya e mela verde.
Concludiamo nel Lametino (la testata, del resto, l’impone…) il nostro percorso fra i vini di qualità al prezzo accessibile.
Le Cantine Lento hanno in produzione il bianco Contessa Emburga, un bianco elegante che si trova anche a meno di 10 euro: giallo paglierino brillante, ha profumi intensi di frutti esotici, è un sauvignon meridionale, equilibrato ed armonico, con un gradevole finale di albicocca.
Cantina in costante crescita, quella dei fratelli Statti hanno diversi vini low-cost ma quello che raggiunge il topo della qualità-prezzo è senz’altro il rosso Gaglioppo Igt (7 euro), vale a dire l’antico vitigno calabrese riproposto con tecniche moderne per un vino elegante e non palestrato che, alla giusta temperatura, è un rosso “estivo” e “da pesce”.
Chiudiamo questa piccola rassegna con l’ultimo nato del vigneto-Calabria: si chiama Annibale ed è un rosso giovane e promettente che produce Paolo Chirillo a Motta Santa Lucia (nell’area del Lametino che costeggia il Savuto). Proviene da uve magliocco dolce (80 per cento) col resto di sangiovese. Il vigneto di Chirillo è stato impiantato a sesti stretti su una collina dalla notevole pendenza e gode di ottima esposizione. Il risultato è davvero interessante e merita attenzione. Rosso rubino con unghia violacea, richiama frutti rossi ma in primis spicca un netto sentore di more di rovo, poi qualche accenno di menta. Semplice e lineare in bocca, è ancora un po’ pungente per freschezza. Al pubblico arriva a poco più di sei euro, sette al massimo. E’ facile prevedere che scenderà a meraviglia, l’Annibale, nei calici delle prossime feste…
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DI GIANFRANCO MANFREDI
Un menu inebriante per un baedeker serio e rigoroso anche se un po’ ostinatamente di originale personalità: duemilatrecento aziende e diecimila vini recensiti. Parlo dell’edizione 2012 della Guida dei Vini d’Italia dell’Espresso che è appena uscita nelle librerie e nelle edicole. Come districarsi tra bianchi, rossi, rosati, bollicine e passiti dalla Val d’Aosta ad Agrigento? Cosa scegliere davanti a carte dei vini monumentali, a volte sterminate, di certi ristoranti, anche delle nostre parti? Anche quest’anno arriva in aiuto di esperti e semplici consumatori quella che rimane una delle migliori guide enologiche “scritte” – cioè raccontata, non limitata a scarne schede con indirizzo, voti e simboletti – del panorama editoriale italiano. Vuole essere una piccola enciclopedia del buon bere, per muoversi con destrezza tra i vini recensiti e approfondire la conoscenza sulla conservazione e sul servizio del vino e la terminologia tecnica, grazie a un sintetico glossario. Quindi un volume di consultazione per enoappassionati con una certa “cultura”, ma anche un manuale di studio per chi muove i primi passi nel mondo del vino, pronto ad apprendere sempre più.
Novità? I soliti noti, verrebbe da rispondere. Come ogni anno, al vertice delle valutazioni, saldamente in sella rimangono le regioni leader, col Piemonte e la Toscana nettamente in testa. La due regioni occupano –nientepopòdimenochè – oltre 210 pagine della Guida: basti pensare che alla Calabria ne toccano ancora un volta appena 9, al Lazio 14. La fanno da padroni, insomma, Baroli, Barbera, brunelli, Supertuscan e Chianti.Un testa a testa tra Piemonte e Toscana, insomma, è quello che si trovano di fronte i patiti di classifiche. Conferma il suo primato in numero di eccellenze (46) infatti la terra del Barolo, seguito a 45 vini eccellenti dalla patria del Brunello. E con un abile scatto arriva a 32 eccellenze - e terzo gradino del podio - il Trentino insieme all'Alto Adige.
Anche quest’anno al Sud pochissime novità. Ne esce un quadro non certo esaltante del vigneto-Calabria. Senza molte stelle; a parte le “due stelle” all’azienda Librandi e il riconoscimento di una stella ciascuno a Ippolito, Stelitano, Roberto Ceraudo e Caparra e Siciliani. Quest’ultima cantina ha fatto l’en plein in Calabria con un vino, il Cirò Rosso Classico superiore Riserva Volvito 2008 che ha avuto 18,5/20 di valutazione e il Cirò Rosso Classico 2010 con voto 17,5/20 e il premio speciale della menzione per il rapporto qualità-prezzo. Poi nella classifica regionale c’è una pattuglia di vini da 17/20. La apre il rosso Armacìa 2009 della cantina Enopolis-Costa Viola , uno straordinario Igt realizzato magistralmente da Franco Tramontana delle Cantine Criserà di Catona di Reggio Calabria, usando, come meritano, le uve coltivate negli acrobatici terrazzamenti della costiera tra Bagnara e Villa San Giovanni. A pari merito il Savuto Rosso superiore 2008 della Cantina Antiche Vigne di Rogliano, il Lacrima Nera 2008 dei Feudi di Saseverino di Saracena (CS), il Cirò Rosso Classico superiore Riserva Colli del mancuso 2008 delle Cantine Ippolito, il Greco di Bianco 2009 della Cantina Stelitano di Casignana e il Moscato Passito dell’azienda Viola di Saracena.
E il lametino? Come ha valutato l’Espresso i vini delle aziende di casa nostra? Le note, purtroppo, anche quest’anno non sono squillanti. Nessuno nostro vino ottiene valutazioni superstellate e neppure si brilla nel rapporto qualità-prezzo – secondo la guida diretta da Enzo Vizzari e curata dai due esperti Ernesto Gentili e Fabio Rizzari. Saltate o ignorate completamente altre aziende (persino la quotatissima azienda Odoardi di Nocera Terinese non è stata presa in considerazione) l’attenzione dell’Espresso si è concentrata sulle cantine Lento e Statti. I migliori vini lametini, per l’Espresso, sono il bianco “Greco” 2010 dei fratelli Statti e il rosso Federico II 2008 delle Cantine Lento. Entrambi conquistano una valutazione di 15/20. Seguono (con 14.5/20) il Contessa Emburga 2010 e il Rosso Dragone 2010 (entrambi di Lento) e l’Arvino 2009, il Lamezia Bianco 2010 (entrambi delle Cantine Statti).
I giudizi? Scarsi di voti, i valutatori dell’Espresso non sono prodighi neanche di complimenti per la nostra enologia. Se all’azienda di Salvatore Lento riconoscono che “ può contare su una buona materia prima e su un’aggiornata tecnica di cantina”, per le Cantine Statti scrivono: “ I vini hanno taglio moderno e valorizzano doti di pulizia aromatica e freschezza di frutto”. Che dire? Io mi limito a citare in conclusione un’avvertenza che compare nell’introduzione della Guida, quella che esplicita un’ autodefinizione: “Uno strumento, appunto. Non un serbatoio di verità assolute”.
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di GIANFRANCO MANFREDI
Come valorizzare una terra del vino? Come far riverberare su un territorio l’immagine positiva di produzioni vinicole d’eccellenza? Come veicolare, insomma, al traino del vino un look accattivante anche dal punto di vista turistico?
Non c’è bisogno di spingersi fino alla californiana Napa Valley o in Borgogna oppure in Alsazia per scoprire le formule capaci di rispondere a questi interrogativi. Di recente ne ho potuto constatare un caso davvero esemplare in quel di Menfi, in provincia di Agrigento, partecipando all’evento Inycon (l’antichissimo nome di Menfi, quando era abitato dai sicani). Sono stati – dal 24 al 26 giugno – tre giorni piacevoli e interessanti di incontri, degustazioni e spettacoli all’insegna del vino di qualità. Sotto i riflettori, però, non solo il nettare di Bacco, vero protagonista del territorio, ma anche le bellezze naturali, la cultura, le tradizioni, la gastronomia del distretto delle Terre Sicane.
Giunta alla 16\esima edizione, promossa dal Comune di Menfi in collaborazione con la cantina Settesoli, la manifestazione è stata, in sostanza, un week-end alla scoperta di Menfi e dintorni, vissuto tra degustazioni di vino sotto le stelle, mostre, momenti di approfondimento, wine tasting e tour per conoscere vigneti, cantine e le altre perle del territorio. Obiettivo dell’evento è stato quello di valorizzare il territorio della cittadina dal punto di vista vitivinicolo, turistico e imprenditoriale, promuovendo la Strada del Vino Terre Sicane e le cantine del comprensorio che vanta quattro Doc, 7 mila ettari di terreno vitato e il 40 per cento dell’export di tutta la produzione vinicola dell’isola.
Quattordici le aziende vitivinicole partecipanti (tra le quali il colosso Settesoli) che hanno fatto degustare le loro migliori produzioni durante i wine tasting condotti da Fede&Tinto, di Rai Radio2, e Marco Sabellico, del ''Gambero rosso'', con il contributo della giornalista tedesca Veronika Crecelius. Michele Botta, sindaco di Menfi, è gongolante: “Negli ultimi anni – spiega, snocciolando cifre e dati – il settore del turismo nella nostra città è cresciuto notevolmente, fino a registrare una decuplicazione delle presenze”. Botta non esita ad attribuire alle edizioni di Inycon il merito del successo. “Stiamo lavorando per fare crescere la manifestazione – aggiunge – per una sua ulteriore valorizzazione e qualificazione nel panorama nazionale oltre che per attirare sempre maggiori flussi turistici. Il nostro territorio è accogliente, vanta un litorale incontaminato e un mare premiato ogni anno per la pulizia delle acque e i servizi in spiaggia”.
Negli ultimi due anni, Inycon ha decisamente una marcia in più. Dallo scorso anno l’evento si avvale, infatti, della collaborazione dell’agenzia Feedback di Palermo, volta al rilancio della rassegna attraverso lo sviluppo di un nuovo format per una maggiore internazionalizzazione della manifestazione. (Chi ancora non sa cosa sia Feedback, farà bene a documentarsi su questa agenzia, che s’avvale di un team giovane e dinamico, una fucina di idee creative ed efficaci che, diretta da Marcello Orlando Canzio, tanto per citare due esempi, ha già fatto la fortuna di San Vito Lo Capo col “Cous Cous Fest” e, in Sardegna, ha riposizionato per due edizioni il “Girotonno” di Carloforte). Vorrei, perciò, proporvi un brindisi felice a Inycon, alla Feedback ed alla valorizzazione dei territori del Sud. Non posso, allora , che scegliere tra i bianchi (con queste temperature…) più legati alla nostra realtà locale. Verso, allora, nel calice, da una bottiglia di Lamezia Bianco DOC 2010 delle Cantine Statti, una delle più classiche espressione del territorio e della tradizione locale. Risultato, paritario, di uve greco bianco e malvasia, ha un bel colore
paglierino brillante con riflessi verdognoli. Al naso prevalgono i sentori floreali, un bouquet di fiori bianchi di campo; in bocca è sapido e fresco. Felice Cardamone, il sommelier che è il punto di riferimento dell’AIS lametina, raccomanda di servirlo a 8-9 gradi di temperatura. Sposa bene coi formaggi freschi, ma in questa stagione torrida preferitelo con una leggera cucina di pesce. (In enoteca a 5-6 euro)
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DI GIANFRANCO MANFREDI
I nomi? Li faccio subito: magliocco dolce, arvino, guarnaccia, marcigliana, nera di Scilla. E poi, Corinto nero, negrello campoto, nerello di Savelli. Gruppi di “famiglie”, come il vasto parentato dei Nocera e dei “cugini” del sangiovese. Ma anche soggetti a sé stanti come il castiglione o il tundulillo bianco.
Sembra infinito il patrimonio dei vitigni antichi che si sta scoprendo in Calabria. E’ un giacimento straordinariamente ricco. Come nessun’altro posto al mondo, a quanto pare. Giro per la magnifica azienda Rosaneti dei Librandi, nel Cirotano, e in un ampio declivio che guarda verso il borgo di Casabona trovo un vigneto mai visto: è un’incredibile, enorme spirale di filari. Le viti, impiantate e allevate a regola d’arte, si susseguono ordinatissime. Disposte intorno a un polo, paiono avvolgersi come in un antico mosaico o in uno di quei simboli alieni visti nei film di fantascienza. Insieme ad altri vigneti votati alla sperimentazione, si tratta di 12.500 ceppi di vitigni autoctoni coltivati dai Librandi: il più grande campo sperimentale di viticoltura a cielo aperto. Il più grande d’Europa.
Sono ancora una volta all’avanguardia i due dinamici fratelli di Cirò Marina. Quasi trent’anni fa Nicodemo e Antonio Librandi suonarono la sveglia all’enologia regionale creando vini inediti come il Gravello e il Critone, due grandi successi coi vitigni internazionali sperimentati felicemente in Calabria dal loro enologo del tempo, Severino Garofano. Ed adesso tocca ancora a loro il ruolo di pionieri, di apripista. Sono oltre 180 i vitigni calabresi “ritrovati”, selezionati e messi a dimora nei campi sperimentali dell’azienda di Cirò Marina. “Scelti i semi, risultati dall’autofecondazione di alcuni antichi vitigni ‘indigeni’ scovati negli angoli più sperduti della regione -spiega Nicodemo Librandi-, dopo la germinazione le viti ottenute sono state messe a dimora e, attraverso particolari tecniche, hanno prodotto i primi grappoli al secondo anno d’impianto”.
Su questi vitigni antichi/nuovissimi è stato avviato un progetto molto articolato, che comprende lo studio del DNA, un’accurata analisi ampelografica, uno studio virologico e infine uno studio enologico. I risultati s’annunciano sensazionali e fanno gongolare il professor Mario Fregoni, Ordinario di Viticoltura all’Università Cattolica Sacro Cuore di Piacenza, uno dei massimi studiosi in Europa. Sul totale di circa 180 varietà, 77 sono assolutamente inedite e il 50% ha prodotto dei grappoli che presentano caratteristiche molto interessanti da un punto di vista morfologico e competitivo.
Si profila, così, una svolta storica. Perché dopo il successo planetario dei cosiddetti vitigni internazionali (merlot, cabernet, chardonnay, ecc) è in atto un’inversione di tendenza. Il professor Fregoni mi ha snocciolato in proposito cifre eloquenti: ”Nel mondo ci sono 320 mila ettari di vigneti coltivati a merlot – dice - , 250 mila a cabernet sauvignon, 100 mila a cabernet franc. Si punta a produzioni sempre più ’facili’: nei vigneti in Australia si è arrivati a ridurre a 50 ore all’anno la lavorazione a ettaro”. Col ritorno in auge degli autoctoni si segna, invece, la voglia anche dei consumatori di reagire all’omologazione del gusto, di contrastare un appiattimento che rischia di cancellare le differenze, quella biodiversità che anche nella viticoltura è la chance decisiva per terre come la Calabria.
Le tradizioni, e la storia, lo confermano. Se la studiosa Marilena De Bonis ripercorre la vicenda plurimillenaria della vite in Calabria, mettendone in risalto “misconosciute dimensioni di risorsa non solo economica, ma anche culturale”, il professor Vito Teti, docente di etnologia e uno dei nomi più accreditati dell’antropologia alimentare, traccia un affascinante affresco in cui il vino è “il filo conduttore della storia calabrese” ma, soprattutto, avverte, “come elemento assente e desiderato”. Perché, spiega, “se insieme al grano e all’olio caratterizza il modello e i regimi alimentari del Mediterraneo, non sempre è stato un bene disponibile per tutti”.
Saltano fuori anche sorprese impensabili dalla ricerca avviata a Cirò dai Librandi. Chi avrebbe mai immaginato, ad esempio, che il sangiovese – proprio lui, il vitigno che è alla base del Chianti - fosse “figlio” di vitigni nostrani? Invece è proprio così: l’ha accertato, con la prove del DNA inoppugnabile, la studiosa Stella Grando, responsabile dell’Unità Genetica Molecolare dell’Istituto Agrario di San Michele all'Adige. “I ‘genitori’ del sangiovese – spiega la Grando – sono il ciliegiolo e il calabrese montenuovo, un vitigno che ha le radici in Calabria ed è poi migrato in Campania”. Un’altra studiosa, Anna Schneider, una ricercatrice CNR dell’Istituto Virologia Vegetale che collabora anche col professor Rocco Zappia dell’Università di Reggio, ha potuto accertare che il nostro famoso vitigno greco di Bianco (o di Gerace) è “’gemello’ della malvasia di Lipari, ed è presente anche in piccole estensioni in Spagna, alle Canarie e in Dalmazia.
Il nocciolo, anzi il vinacciolo, dello studio avviato (e finanziato) dai Librandi, è, insomma, una “missione” che ha dell’incredibile: un “viaggio” – rigorosamente scientifico – nel tempo, a ritroso per millenni, per risalire all’origine dei vitigni autoctoni calabresi. Per riportarli, grazie all’utilizzazione delle analisi del dna, al loro aspetto passato, alle loro caratteristiche perdute. E dal passato remoto dell’antica Enotria nasceranno, così, vini inediti e modernissimi.
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Degustazione Cantine Librandi



