Ultimo aggiornamento -Giovedì 23 Maggio 2013 alle11:41
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E’ calabrese di Palmi e si chiama De Gustibus il miglior ristorante emergente d’Italia. Il prestigioso riconoscimento è stato assegnato ieri sera a Milano nel corso della cerimonia di presentazione della “Guida ai ristoranti 2013” del Il Sole-24 ore curata da Davide Paolini.  Nella prestigiosa cornice dell’auditorium del palazzo del quotidiano di Confindustria, nella via Monte Rosa a Milano, Maurizio Sciarrone, il giovane “patron” del De Gustibus, è salito sul gradino più alto del podio per ricevere dalle mani di Davide Paolini l’attestato che qualifica il suo locale “Miglior ristorante emergente d’Italia”: una pergamena e un ricco premio consistente in una fornitura di vini del Consorzio del Chianti Classico. Ritirando il riconoscimento, Maurizio Sciarrone si è schermito vantando le “straordinarie eccellenze” del suo territorio e, sollecitato da Paolini, ha inoltre illustrato la ricetta originale della “struncatura”.

“Colta e popolare,  consistente e appassionata ma sempre elegante e ricercata” la cucina di Maurizio  al “De Gustibus” di Palmi è dunque un’autentica rivelazione del 2013. Con una laurea in economia appesa al chiodo, Sciarrone è considerato infatti anche da altri critici del settore uno degli astri nascenti del Sud gastronomico. L’edizione 2013 della Guida di Paolini, il popolare “Gastronauta” del Sole 24Ore e di Radio24, registra complessivamente una crescita del Mezzogiorno goloso. In particolare appartiene alla Calabria uno dei più significativi balzi in avanti nella nuova “Guida ai ristoranti de Il Sole-24 ore”. Sono ben 45 infatti gli indirizzi calabresi segnalati quest’anno dalla Guida che non assegna voti e non stabilisce graduatorie ma si propone al lettore con la sua classica formula di vademecum dell’eccellenza, selezionando i migliori esercizi per ogni tipologia. Ogni locale, accuratamente descritto e “recensito” da testi piacevoli, con tutte le informazioni pratiche, viene accostato a simboli che ne evidenzia le peculiarità.

Nella guida sono recensiti: (per la provincia di Catanzaro) Abbruzzino - Alta cucina locale, Le Delizie della Cascina, gli alfieri del “Morzello” (Pepè “Il Rosso”, Salvatore, Santo,Turco e la Vecchia Posta), Il Casale, Marechiaro, Barriquando, Novecento, L’Aragosta, Calabrialcubo, Lo Sciamano e La Rosa nel Bicchiere; (per la provincia di Cosenza) Antica Locanda dal Povero Enzo, Barbieri, Sabbia d’Oro, Aquila&Edelweiss, La Tavernetta, Locanda di Alia, Bar dello Sport-Magnatum, Pantagruel Vecchia Rende; (per Crotone) Ercole, Max, Sasà-Il Pescatore e Dattilo; (per Reggio) Baylik,  Da Giovanni, Le Rose al Bicchiere, Taverna Kerkira, Il Mulino, Gambero Rosso, De Gustibus, Glauco, Il Gabbiano, Vecchio Porto; (Vibo Valentia) Filippo’s,  La Rada, La Pratinella, Go, Toscano,  Zenzero, Pimm’s, L’Approdo.

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Sabato 20 Ottobre 2012 09:03

Dai vigneti-giardini i migliori calici

Gianfranco_Manfredidi Gianfranco Manfredi

Vini, vigne, vitigni, vignaioli e …emozioni enologiche nel profondo Sud. C’è anche in Calabria un importante patrimonio culturale-paesaggistico legato al mondo della vite e del vino. Ci sono lembi di territorio, pure estesi, che da secoli, se non da millenni, sono segnati dalla cultura materiale viti-enologica calabrese. Oltre i calici, insomma, c’è una Calabria che può rivendicare con orgoglio un’originale cultura del vino e dei vigneti, un suo patrimonio di saperi, un proprio savoir-faire. Ed è un orizzonte che implica molto di più della sola conduzione agricola. Coglie a tutto tondo, nella loro interezza – nella perizia manuale e negli aspetti umani, sentimentali, esistenziali –  gli addetti ai lavori in vigna.

Non ho dubbi, perciò, nel collocare in questi scenari e in queste motivazioni l’intensa giornata che sabato 22 settembre “Euvite” ha dedicato ai Viticoltori d’eccellenza cirotani. L’ associazione non è solo cirotana: da oltre un anno riunisce cinque aziende calabresi (oltre alle cantine Librandi di Cirò Marina, Statti di Lamezia Terme, Serracavallo di Bisignano, Malaspina di Melito Porto Salvo e Poderi Marini di San Demetrio Corone) in rappresentanza di cinque diversi terroir. Eppure sono proprio i vignaioli cirotani ad essere additati come “Esempio virtuoso per la crescita del livello qualitativo della viticoltura del territorio”.

Ci sono certo altri notevoli paesaggi vinicoli calabresi. Penso al Lametino, alle colline di Donnici, di Bisignano, al Reggino. Ho visto splendidi vigneti sulla Costa Viola, sui contrafforti che scendono a mare tra Scilla e Bagnara, dove tutti avrebbero giurato sull’impossibilità di qualsiasi coltura. Eppure quei miracoli della testardaggine calabrese sono ancora lì, certo in parte ora abbandonati, ma rappresentano con quegli acrobatici terrazzamenti, ancora più audaci di quelli delle Cinque Terre, un paesaggio antropizzato fra i più straordinari del mondo, conferma di quello di cui è capace l’uomo quando vuole ottenere dalla natura, senza violentarla ma governandola con giudizio, unendo intelligenza, saggezza e testardaggine. Un altro vigneto-modello m’ha sorpreso a San Demetrio Corone. Ricopre ordinato, degradando verso la piana di Sibari e il mar Jonio, una collina prospiciente il borgo antico di San Demetrio Corone, “capitale” della cultura arbrëshë .

I vigneti cirotani, però, rappresentano un unicum. Li contraddistingue innanzitutto l’estensione (che non ha eguali in Calabria e li qualifica una delle aree vinicole più importanti del Mezzogiorno) ma anche la singolarità di vigneti che coi loro filari giungono fino al mare, confinano col bagnasciuga. La giornata “cantiere” del 22 settembre a Cirò Marina ne ha svelato la straordinaria bellezza grazie al tour guidato personalmente da Nicodemo Librandi nei vigneti delle zone storiche della Doc Cirò. Ha fatto da battistrada al comitato scientifico che poi ha selezionato i vignaioli ai quali conferire il tradizionale Premio al viticoltore d’eccellenza del Cirò. Come non citare il vigneto-giardino di Francesco Porti, vignaiolo e gentiluomo, presidente del gruppo di viticultori che conferiscono le loro uve alle Cantine Librandi? I filari, schierati in ordine perfetto, uniscono la sua casa di campagna, di raffinata semplicità, all’azzurro del mar Jonio. Una vista che sembra evocare Cesare Pavese: “La vigna è fatta anche di questo, un miele dell’anima, e qualcosa nel suo orizzonte – scriveva in Ferie d’Agosto – apre plausibili vedute di nostalgia e speranza”.

VignetoFrancescoPorti

In serata, un interessante convegno moderato con garbo e competenza dalla giornalista Clementina Palese dell’Informatore Agrario e poi la cerimonia con la consegna dei premi Vignaiolo di eccellenza 2012. Ha vinto Antonio Santoro, uno dei giovani coltivatori di Cirò che ancora si dedicano all’agricoltura. Gli altri trofei sono andati a vignaioli storici: Raffaele Sicilia, Nicodemo Parrilla e Salvatore Mezzotero, testimoni tenaci e sapienti di una perfetta conduzione della vigna. In particolare la commissione scientifica ha apprezzato la modalità di esecuzione degli innesti, molto curati ed efficaci e lo studioso Diego Tomasi, dell’istituto di viticultura di Conegliano Veneto, ha spiegato che le tecniche di potatura “alla calabrese” sono ai massimi livelli e invano altrove si cerca di imitarle. Con cosa brindare al merito di questi autentici eroi “della resistenza in vigna”? Mi ha impressionato quello che considero in questo momento uno dei più riusciti – per fragranza e gradevolezza – bianchi calabresi: l’Asylia 2011, il fresco e sapido Melissa Doc delle Cantine Librandi.  Provatelo con un piatto di gnocchetti di patata conditi in bianco con porcini e filetti di gallinella (pesce coccio) e poi mi direte. E’ un calice luminoso e agrumato che profuma di ginestra e rose bianche e si fa apprezzare anche per l’ottimo rapporto qualità-prezzo.

 

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Domenica 30 Settembre 2012 08:58

Il vino a tavola, istruzioni per l’uso

Gianfranco_Manfredi

di Gianfranco Manfredi

Come scegliere il vino al ristorante? Sono stati scritti ampi trattati sull’argomento, per cui rimando ai Testi Sacri della sommellerie chi volesse approfondire adeguatamente  la materia come merita. Qui, perciò, mi limiterò solo a qualche suggerimento pratico, poche istruzioni per l’uso semplici semplici. Comincio allora col segnalare che il problema si pone sia nei locali con poche etichette disponibili, sia in quelli meglio dotati o dotatissimi. Nel primo caso raccomando di scegliere i vini che si consumano maggiormente (in genere consigliati) perchè almeno così si azzera il rischio della cattiva conservazione. Bottiglie pregiate, in trattorie modeste, quasi sempre sono care, mal conservate e quindi dal contenuto deludente perchè esposte al caldo e alla luce. Diversa, invece, la scelta nei ristoranti con un’ampia rassegna enoica. Se non ci sono problemi di budget e in sala c’è un sommelier si possono accettare senz’altro anche i suggerimenti più costosi: non c’è posto migliore di un buon ristorante per vivere l’esperienza esaltante di brillanti accostamenti cibo-vino con straordinari esiti sensoriali.

In genere a tavola (ed anche prima ancora di sedersi) si comincia con vini bianchi: è una scelta dominante, che chiama in causa anche fattori psicologici e fisiologici. I colori tenui, i profumi fruttati e floreali, la freschezza e la temperatura bassa con cui vengono serviti, li rende ideali per cominciare (quindi come aperitivi), con gli antipasti, col pesce e i crostacei, ma anche con le carni bianche e con le salse chiare. Il colore del vino, del resto, si armonizza col cibo e non si tratta solo di un fatto estetico…  Pensate che, per quando riguarda le pietanze di origine ittica, si parla non solo di vini bianchi, ma si scende fin nei particolari definendo categorie o “famiglie”, come i cosiddetti “vini da frutti di mare” (in genere quelli più freschi e leggeri, ricchi di acidità), “vini da crostacei” (un classico è lo chardonnay), “vini da pesce” (secchi ed anche corposi e meno secchi, a seconda della cottura e degli ingredienti del piatto).

I “muscoli” dei vini rossi, la loro struttura più solida prima ancora che la complessità e la ricchezza di sapori, li rende invece più adatti all’accompagnamento di pietanze più pesanti, dai sapori forti. Il colore, d’altra parte, li accorda naturalmente alle carni rosse e alle salse e ai condimenti più scuri. Nei rossi, poi, c’è il fattore tannino, la sostanza che interagisce con la carne e con i sughi che in genere l’accompagnano. In questa sede mi basta indicarvi i vini più tannici, robusti e maturi come l’abbinamento ideale con le carni rosse e con quelle scure, fino alla cacciagione più importante. E’ bene ricordare, inoltre, che durante i pasti la sensibilità sensoriale va diminuendo e quindi è bene, se si degustano diversi vini, seguire una gradazione, cominciando dai vini più leggeri e più giovani e poi via via passare a quelli più robusti, profumati e importanti.

Un’accortezza che bisognerebbe usare, è quella di degustare prima i vini in grado di valorizzare quelli che seguono, in un’escalation di importanza. Lo prometto: tornerò presto sull’argomento. Ma intanto vi raccomando di stappare una bottiglia di Patros Pietro della cantina Malaspina di Melito Porto Salvo (le sorelle Domenica, Caterina, Irene e Patrizia che hanno impresso una svolta nell’azienda creata  nel 1967 dal papà Consolato e dal nonno Pietro Malaspina). Si, lo so, tra i vini del Sud è il Nero d’Avola a far la parte del leone, vero protagonista del boom – forse non sempre meritatamente. Ma si muove anche la Calabria e il nostro fenomeno potrebbe diventare il magliocco, uno dei vitigni (sempre più, anche vino in purezza) più interessanti e apprezzati. Vi consiglio di assaggiare il Patros Pietro, per sincerarvene. magliocco (in questo caso magliocco canino all’80%) con un 20% di cabernet sauvignon, ha intensi profumi di frutti di bosco (ribes e more di rovo) e sentori speziati. E’ ottimo, per i suoi tannini gentili e levigati da un attento uso del legno di rovere, con l’agnello arrosto ben aromatizzato (In enoteca a 12-14 euro). E della stessa azienda vi raccomando pure il Cannìci  2010, lo stupefacente passito rosso, a mio parere il top della casa. Da uve gaglioppo in purezza con vendemmia tardiva, appassite su graticci, Cannici è un rosso dal rubino impenetrabile con intensi profumi di frutti di bosco (ribes nero, more di rovo e fichi neri), sentori speziati (cardamomo) e note cacao di grande persistenza. E’ ottimo con la torta caprese o da solo, come calice da meditazione. In enoteca a 18-20 euro.

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Gianfranco_ManfrediDi Gianfranco Manfredi

Il vino bianco? Va servito …assiderato – diceva il grande Totò, principe della risata. Scherzi a parte, l’estate è arrivata, più accaldata che mai. E’giunto così anche il momento di pensare ai vini giusti per la bella stagione.  Non è detto, infatti, che non si debba bere vino quando fa caldo. Tutto, anche in questo caso, dipende dalla quantità, dalla giusta misura. Personalmente ho già avuto modo di esprimere il mio parere in queste pagine: ricordiamoci sempre che il vino non è un bibita dissetante e che se si ha sete – e ce n’è tanta in questi giorni e in queste serate precocemente torride –,  c’è …l’acqua (nelle sue infinite declinazioni, minerale, gassata, naturalmente frizzante, oligominerale, ecc…) e tutte le altre bevande analcoliche, a cominciare dagli evergreen sciroppi di frutta da mescolare all’acqua ghiacciata.

Tutti cercano, comunque, di questi tempi calici appannati per dissolvere il torpore di quest’afosa estate calabrese. Perché anche i bicchieri di vino, quelli “giusti”, possono essere leggeri e allegri, stuzzicanti, seducenti. Eccoci allora pronti a dare uno sguardo a quanto c’è di nuovo, cogliendo le tendenze ma senza dimenticare i classici intramontabili, per scegliere i calici che renderanno unica la nostra estate 2012. Sfatiamo una convinzione generalizzata, quella che vorrebbe un’esclusiva prerogativa dei vini bianchi. Pure i rosati e i rossi, serviti  freschi, sono un’eccellente alternativa, tolgono d’impaccio e possono essere degustati a basse temperature, persino – azzarda un esperto come Davide Paolini, il celeberrimo “Gastronauta” del Sole 24 Ore – tuffati nel secchiello come gli Champagne. Certo per i bianchi, questa è stagione ideale, ma direi anche per scegliere tutti i vini cosiddetti “beverini”, con buone acidità, basse o medie gradazioni alcoliche, profumati e fruttati.

Proverò, allora, a indicarvi qualche buona bottiglia che non può mancare, i “must” della nuova stagione, da portare nei secchielli del ghiaccio sotto l’ombrellone o da gustare nella fresca brezza delle serate al mare o in montagna. E proverò pure a suggerire qualche abbinamento. Uno spazio non secondario tra le bottiglie da stipare nella nostra cantinetta estiva va riservato alle bollicine: hanno un innato appeal seducente, sempre perfette in ogni occasione. Non solo quelle decisamente più classiche degli Champagne francesi (oltre i soliti stranoti, ho apprezzato di recente il sontuoso Jacques Selosse Initial blanc de Blancs Gran Cru  e uno straordinario – incredibilmente rosso –  Leclerc Briant Cuvee Rubis de Noirs 2004 e devo dire che Oltr’Alpe restano dei veri maestri) ma anche le nostre-nostre calabresi. I nomi? Eccoli subito:

Il Rosaneti (rosè) e l’Almaneti sono i due  Metodo Classico (gaglioppo 100%, il primo, chardonnay l’altro) delle Cantine Librandi di Cirò Marina (KR). Color cipria tenue, con nuance ramate, il Rosaneti, sprigiona un delicato bouquet di frutti rossi con prevalenza di ciliegia. Pungoli freschi, in bocca è piacevolissimo: ha polpa, sapidità e finissima grana. Prevalgono i sentori di crosta di pane, invece, nell’Almaneti, fragrante e intenso al naso, pur con note di frutta secca e mele in evidenza. Ambientateli sulla veranda dell’Approdo di Pino e Concetta Lopreiato, stellato (guida Michelin 2012) indirizzo di Vibo Marina, magari col superbo Plateau Royal di frutti di mare della casa. I calici cirotani appagano gli assaggi di ostriche, ricci e tartufi del Tirreno impeccabilmente serviti su una montagnola di ghiaccio tritato che ricorda la sagoma dello Stromboli dirimpettaio…

Ancora voglia di bollicine? Non perdetevi, allora l’inedito SP1, lo spumante brut metodo classico rosé della Cantina Santa Venere. Lo produce Giuseppe Scala a Cirò, in collaborazione con l’enologo di fama internazionale Riccardo Cotarella. Perlage fine e persistente, l’SP1 incanta con un gusto pieno e burroso e un bouquet di frutti rossi. Nasce nei vigneti di proprietà di Domenico De Sole, considerato l’Avvocato del lusso, nel Mondo, perché ha presieduto la holding “Gucci International” ed oggi guida il marchio Tom Ford: De Sole è cugino in primo grado di Giuseppe Scala che cura la conduzione biologica delle sue vigne. Ottenuto dal vitigno autoctono gaglioppo, l’SP1, deciso al naso, con belle note di ciliegie mature, va gustato in Sila al crepuscolo, ad apertura d’una splendida cena alla Tavernetta di Pietro e Denise Lecce, in quel di Camigliatello (CS). Sfilano sui taglieri soavi prosciutti e Pietro affetta solenne tranci di cosciotto di suino Nero di Calabria, dalla cotenna sapientemente abbrustolita. Bocconi superbi. Lo spumante di Giuseppe Scala, di spessore e sorridente, scivola come il sole dietro le sagome delle vette all’orizzonte.

Ma andiamo ai bianchi, come il nuovo, intrigante, Matilde dovuto a Vincenzo Chimento, architetto e vignaiolo di Bisignano . Frutto di quote paritarie di greco bianco e sauvignon, il Matilde è prodigo di intensi profumi di mandorla, ananas e ginestra con piacevoli note agrumate. E’ il compagno ideale di un pranzo silano all’Aquila & Edelweiss della famiglia D’Amico. Mentre Rodolfo ti fa gustare introvabili trote di torrente al cartoccio e il suo fantastico tuorlo d’uovo in crosta su letto di porcini, il nerbo fresco e sapido del Matilde glorifica gli assaggi e li esalta. Un altro bianco? Eccovi il Mantonico di Statti (da uva mantonico in purezza), un originale calice di notevole finezza che incrocia note di acacia e zagara con frutta gialla esotica e sentori speziati. Sapido e rotondo, provatelo sulla veranda del Vecchio Porto di Cannitello a Villa San Giovanni. Coi crudi superlativi e l’impeccabile tempura di Enzo Marra, è il bianco ideale con le sue sensazioni olfattive. Un sorso dietro l’altro sfila placido e solenne, come le sagome delle navi che attraversano lo Stretto.

Ancora un bianco, ancora con l’uva mantonico. Provate un calice appannato di Petelia di Roberto Ceraudo: da due uve autoctone, greco bianco e mantonico (che ha aggiunto persistenza alla freschezza), un bianco a regola d’arte. In quale  location degustarlo al meglio? Da Ceraudo, ovviamente, nel suo ristorante Dattilo a Strongoli (KR), cuore goloso e stellato (Michelin) del seicentesco casale. Nel fascinoso dehors, la sera illuminato da fiaccole galeotte e dagli occhi splendenti di Susy Ceraudo, sfilano ricercatezze. Come il fiore di zucca ripieno di ricotta e alici su crema di fave: sorseggiare Petelia aggiunge, anzi moltiplica la piacevolezza.

Nel nostro ghiotto tour estivo, facciamo infine un salto sull’alto Tirreno cosentino. Cosa c’è di meglio di un calice di rosè  sorseggiato in riva al mare, pieds dans l’eau, come dicono in Francia? Cenare con la sensazione dei piedi nell’acqua è magnifico tra Belvedere e Diamante, al ristorante Sabbia d’Oro dei Raffo. Sulla bella terrazza-veranda affacciata su una spiaggia relativamente appartata, con l’arenile dorato lambito dalla schiuma delle onde, un autentico incontro d’amore e passione enogastronomica: il fragrante rosè Lumare della Tenuta Iuzzolini di Cirò Marina e gli gnocchetti di patate conditi ai gamberi, rucola e radicchio del Sabbia d’Oro. Coi profumi di ciliegia e le note iodate del calice a competere e completare la ricchezza aromatica del piatto…

 

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Di Gianfranco Manfredi

Si rivela un’autentica sorpresa l’enogastronomia lametina. Sia per quantità che per qualità. Senza darlo tanto a vedere,  la città e il comprensorio si delineano come una vera e propria food-valley. Non solo area centrale, “cuore” agro-alimentare della regione, ma anche comprensorio ad  alta  qualificazione enologica e zona di punta della ristorazione (nelle varie declinazioni, dai locali-top alle enoteche, ai wine-bar, alle pizzerie e alle trattorie). Sfogli la Guida ai Ristoranti di Calabria (che ho scritto insieme ad Ottavio Cavalcanti e che l’editore Rubbettino sta mandando nelle librerie proprio in questi giorni)  e ti accorgi che Lamezia e il Lametino ricoprono un ruolo di tutto riguardo. Nel panorama regionale non sfigurano neppure a confronto con le aree tradizionalmente più rinomate.

Dicono niente ben cinque locali recensiti – ciascuno con due pagine dedicate, con foto, scheda anche in inglese e ricetta – all’interno del territorio comunale? Si tratta dei ristoranti Al Regina (dell’Hotel Ashley), del Novecento, del Barriquando, della trattoria-pizzeria Antica Locanda e dell’agriturismo La Trigna. E non basta. In città sono segnalati anche altri dieci locali ( e nel comprensorio ci sono 12 ristoranti recensiti. Alcuni sono quasi nel perimetro del territorio comunale di Lamezia, penso al Casale di Feroleto Antico che è a poca distanza dal centro di Nicastro, ma anche il Marechiaro di Gizzeria Lido, che dista poche centinaia di metri dai confini di Lamezia. Altri sono nei paraggi: locali “fuoriporta” come il Pesce Fresco, La Lampara, l’Aragosta, la pattuglia di ristorantini, agriturismi e trattorie recensiti a Pianopoli – Le Carolee, il Vecchio Monastero, la Tavernetta dell’Hotel 2000 – , il Vecchio Castagno di Serrastretta, l’agriturismo La Vota e l’insegna-rivelazione di Calabrialcubo (entrambi a Nocera Terinese), infine La Rosa nel Bicchiere, il country-club (più che agriturismo) dei Rubbettino a Soveria Mannelli. Nell’area lametina sono segnalati, inoltre, altri 5 locali, a Platania, Curinga, Maida, Decollatura.

E poi la Guida seleziona in zona 28 Luoghi del gusto; 16 frantoi; 5 aziende vitivinicole. Nel capitolo Itinerari del Gusto ci sono prodotti, produttori, esercizi commerciali. Aziende come il Ranch Palazzo (macelleria di capi bovini e suini di qualità allevati in proprio; salumi e insaccati tipici) e luoghi-cult come lo storico Caffè Federico: dal 1800, celeberrimo per la“muzzunata” ovvero granita di mandorle ma anche per i sorbetti la pasticceria e le fragranti brioche, o l’infaticabile Franceschina Ferrante che nel suo forno a

Legna oltre al pane, sforna focacce, polpette fritte, fraguni, grispelle, pizze al taglio. E come non citare il Crudo e Cioccolata di  Sambiase dove dal 1979 Caterina Andricciola seleziona salumi, formaggi,  latticini, paste fresche e secche, vini e distillati. O le enoteche? La Gaetano (vini; champagne; liquori; distillati e specialità gastronomiche) e  “La Fonte Gaia” (vini, champagne; birre e liquori).

Danno lustro al food lametino anche l’Azienda agricola biologica Fragiacomo dove Giovanni Fragiacomo e Doris Fagin (tedesca di Norimberga) conducono un’azienda bio e allevano api. Oltre a una ricca produzione di mieli (di tiglio, d’acacia e persino di cardo) offrono originali confetture: come quelle di pomodori verdi con zenzero e vaniglia, di fragole con petali di rosa, di mirtilli e more selvatiche. Dulcis in fundo, il pluripremiato Cantagalli che vanta prestigiosi riconoscimenti e primati per la gelateria, a partire dal 2001 e confermati nei successivi anni a Rimini e Roma, Premio Speciale Roma capitale 2005; Premio Speciale Colle del Quirinale 2006), vince quest’anno per la quarta volta il premio internazionale di gelateria artigianale per il suo gelato al caffè al SIGEP di Rimini.

Anche le Vie dell’Olio (extravergine), sfogliando la Guida enogastronomica edita da Rubbettino, portano a Lamezia. Fra i sedici frantoi segnalati, mi piace ricordare quello degli Statti, il Podere D’Ippolito e l’Olearia S. Sidero per il suo extravergine non filtrato di eccezionali qualità organolettiche. E come dimenticare, in zona, l’Azienda Agricola Ventura di Nocera, col suo Piano di Terina (qualità sensoriale superiore) o l’Olearia Manfredi di San Mango d’Aquino col suo straordinario Principe d’Aquino, extravergine da cultivar Carolea?

Food e gastro Valley, il Lametino, ma pure importante vigneto. Nella Guida ci sono diverse pagine dedicate. Si parla dell’Azienda Agricola F.lli Davoli  e delle Cantine Statti e di quelle dei Lento. Nel comprensorio anche l’importante realtà enologica dell’Azienda Odoardi, localizzata nei comuni di Nocera Terinese e Falerna, ma crescono pure piccole, inedite, realtà come Le Moire Winery di Paolo Chirillo a Motta Santa Lucia. Anche a Lamezia e nel Lametino, com’è stato osservato venerdì 18 maggio, in occasione della presentazione della Guida a Palazzo Nicotera, si sono mescolate e stratificate influenze, culture e tradizioni enogastronomiche, certo in qualche caso minacciate d’estinzione ma in buona parte vive e vivaci e persino, in qualche caso, ancora miracolosamente tutte da scoprire.

Forse in nessun’altra parte d’Italia fenici, greci, romani, arabi, normanni, bizantini, spagnoli e francesi, albanesi, provenzali e piemontesi, e poi in tempi recenti, amalfitani, siciliani, veneti e fiumani, hanno lasciato in un ambito così ristretto tante tracce delle loro presenze. E ancora oggi Lamezia e il Lametino confermano una loro identità “plurale” anche sul piano della produzione agroalimentare e della gastronomia.

GuidaaLamezia

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Venerdì 06 Aprile 2012 14:45

I vitigni autoctoni promossi a Saracena

Gianfranco_Manfredidi Gianfranco Manfredi

In Calabria è stata presentata domenica scorsa a Saracena la guida Vinibuoni d’Italia, edita dal Touring Club. Ma perché proprio lì?  Il motivo è semplice. Perchè Saracena, piccolo antico borgo tra le falde del Pollino e la catena costiera, è una meta ideale per gli amanti del mondo del vino per via del rinomato Moscato  o Moscatello di Saracena, vitigno autoctono coltivato esclusivamente in quest’area la cui storia ha affascinato appassionati ed esperti. Sto parlando di una delle guide più originali del panorama enologico, la guida Vinibuoni d’Italia. E’ l’ unica – nel panorama italiano e internazionale –  dedicata esclusivamente ai vini da vitigni autoctoni, cioè a quei vini prodotti al 100% da vitigni che sono presenti in loco da oltre 300 anni.

Ispirata alla tradizione enologica italiana e volta a valorizzare le radici locali, il territorio e la tipicità, Vinibuoni d’Italia dà un segnale preciso, ed anche una salutare scossa, ai consumatori e al mercato italiano ed estero. Qualifica il made in Italy del vino con tutto il suo ricco patrimonio di qualità e diversità.

Organizzata dall'Amministrazione Comunale, dall'Associazione produttori del Moscato, in partnership con Vinocalabrese.it, il portale web ideato e curato dall’esperto Giovanni Gagliardi (uno blogger dinamico quanto appassionato), l’iniziativa si è tenuta nella sala del Consiglio Comunale. All'evento hanno partecipato Umberto GAMBINO, curatore per la Calabria della guida, Linda NANO (Slowfood) responsabile comunicazione della guida, Luigi VIOLA presidente associazione produttori Moscato Saracena, Antonio SCHIAVELLI del distretto agroalimentare di qualità di Sibari,il Sindaco Mario Albino GAGLIARDI, l'On. Mimmo PAPPATERRA, presidente dell'Ente Parco Nazionale del Pollino e finanche chi firma questa rubrica.

Sono oltre 4.500 i vini recensiti dalla Guida e alcuni sono stati riconosciuti meritevoli di riconoscimenti particolari. Ben 278 vini hanno ottenuto la Corona (massimo riconoscimento per i vini top dell’eccellenza);  230 vini  hanno ottenuto la Golden Star (“medaglia d’argento” per eleganza, finezza, equilibrio, qualità e precisa espressione del varietale e del territorio); e 296 vini sono stati classificati “da non perdere” ( di particolare pregio, hanno un’apposita sezione della Guida).

Ai miei (pochissimi) lettori del Lametino rivelo subito che nessuna delle nostre aziende del territorio è presente in questa edizione della Guida del Touring. Non hanno mandato i campioni per farli valutare? O, addirittura, sono stati esclusi? Non è dato saperlo. Certo in passato, in edizioni precedenti, la Guida Vinibuoni d’Italia aveva valutato anche discretamente alcuni vini lametini. Qualcosa è deve’essere capitata per determinare il blackout…

Certo in Calabria la carta di vitigni autoctoni – secondo il mio modesto avviso –  è ancora tutta da giocare e può risultare vincente. Magliocco dolce e canino, arvino, guarnaccia, marcigliana, nera di Scilla. E poi, Corinto nero, negrello campoto, nerello di Savelli. Gruppi di “famiglie”, come il vasto parentato dei Nocera e dei “cugini” del sangiovese. Ma anche soggetti a sé stanti come il castiglione o il tundulillo bianco. Sembra infinito il patrimonio dei vitigni antichi che si sta scoprendo in Calabria. E’ un giacimento straordinariamente ricco, come in pochi altri posti al mondo, a quanto pare.

Non si tratta solo di scelte autonome dei produttori. Con la riscoperta e la rivalutazione degli autoctoni si segna la voglia anche dei consumatori di reagire all’omologazione del gusto, di contrastare un appiattimento che rischia di cancellare le differenze, quella biodiversità che anche nella viticoltura è la chance decisiva per terre come la Calabria. Autoctono significa, indigeno, generato, insomma, dalla stessa terra. In Calabria il vitigno locale e tradizionale per eccellenza è il gaglioppo, la varietá rossa che è alla base del Cirò, del nostro Lamezia, del Melissa e di altri rossi e rosati diffusi. Produce un vino dai tannini a volte un po’ duri, ma in compenso ha una complessitá aromatica che lo rendono affascinante, unico. Fu proprio il patrimonio tannico a far preferire quest’uva rispetto ad altre nella selezione della storia   perché proprio questi tannini conferivano al vino la capacitá di conservarsi nel tempo ed essere, oltre che  un alimento, anche un mezzo di scambio a tutti gli effetti.

Ora oltre al gaglioppo negli ultimi anni si sta riscoprendo, valorizzando e a riproponendo il magliocco, sia nella tipologia “dolce” sia in quella “canina”, varietà entrambe “povere”, un tempo utilizzate per vini da taglio. E sul magliocco dolce (con un’aggiunta di aglianico) fonda principalmente il suo appeal intrigante un rosso straordinario che propongo di stappare per  il rituale brindisi di questa rubrica. E’ l’Èlaphe dei Poderi Marini di San Demetrio Corone, un vino che ho apprezzato molto nell’annata 2008 e che proprio in questi giorni sta per uscire in bottiglia col 2009. Sgorga da vigneti molto belli, che ricoprono ordinati, degradando verso la piana di Sibari e il mar Jonio, una collina prospiciente il borgo antico di San Demetrio Corone, “capitale” della cultura arbrëshë e culla dei Marini, un casato di intellettuali, patrioti e politici  ma anche di imprenditori agricoli illuminati.

L’Èlaphe e gli altri vini dell’azienda sono creature di Maria Paola Marini e del fratello Salvatore. In abito scuro, con un’etichetta che riprende motivi dei mosaici della chiesa bizantina di Sant’Adriano, è un rosso vivo ma concentrato che nel calice si fa subito sentire con una notevole, personalissima, ricchezza di effluvi. Si avvertono frutti rossi selvatici, liquirizia e spezie delicate. Sull’ultimo numero della rivista Bibenda è stato valutato col massimo punteggio (90/100) tra 12 selezionate etichette della provincia di Cosenza. E’ un vino non-palestrato, elegante, che viene vinificato in acciaio e poi matura per quattro mesi in barrique. E’ magnifico accompagnarlo con arrosti o formaggi semistagionati. In enoteca l’Èlaphe si trova a 13-14 euro.

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Si beve l’acqua per dissetarsi e si gusta il vino per il piacere del palato... Del resto Victor Hugo, in uno slancio umanistico rimarcò da par suo la differenza di funzioni tra le due bevande ricordando che se Dio ha creato l’acqua, è stato l’uomo a creare il vino. Dell’argomento si è occupato di recente a Lamezia il professor Giorgio Calabrese, medico e famoso nutrizionista, docente di Scienza dell’alimentazione all’Università Cattolica di Piacenza. Calabrese è stato a Lamezia per una tavola rotonda che ha sugellato la cerimonia del Premio Speciale “notaio Galati” alla 4ª edizione del Concorso Enologico Nazionale “Vini del Mediterraneo”, riconosciuto dal Ministero delle Politiche Agricole e Forestali. Le premiazioni del concorso riservato esclusivamente alle categorie certificate, che si è svolto lo scorso dicembre, sono avvenute  sabato 5 febbraio a conclusione della 41ª FierAgricola di Lamezia Terme. L’illustre nutrizionista era a Lamezia in veste di Presidente nazionale dell’Onav, l’associazione degli assaggiatori del vino che ha curato il Concorso.

Nel corso della tavola rotonda, il professor Calabrese ha spiegato il nesso vino-salute sfatando tanti luoghi comuni sull’alimentazione e l’assunzione di bevande a tavola e fuori pasto. Ha sottolineato, innanzitutto gli effetti benefici del vino che, se assunto in piccole dosi e occasionalmente, non è dannoso per la salute dell’uomo. L’alcol, infatti, non è un nutriente essenziale per l’alimentazione umana, tuttavia ricerche autorevoli svolte in più parti del mondo dimostrano che, se assunto in maniera attenta e corretta, può portare addirittura effetti benefici nel corpo. Ciò comporta, molto semplicemente, ha spiegato il professor Calabrese, che l’introduzione di alcol va sempre associata ai pasti e in modica quantità. Sono due parametri da rispettare, sempre e scrupolosamente, se non si vuol mettere in difficoltà il nostro organismo. Perciò è più che mai corretta la regola “si beve l’acqua e si gusta il vino”, in quanto è essenziale non sostituire l’acqua, la bevanda principe che disseta, con il vino, il quale in qualità di alimento-bevanda, nutre.

A supporto della sua tesi, Calabrese ha riferito della ricchezza di componenti che si trovano in un bicchiere di vino, anzi, sarebbe meglio dire in un buon bicchiere di vino. Sono davvero molte le sostanze e i composti con funzioni benefiche. Oltre all’alcol, ha affermato l’illustre scienziato, nel vino rosso in particolare, ci sono i polifenoli e il resveratrolo che hanno funzioni protettive sul sistema cardiocircolatorio. Questa peculiarità, negli ultimi dieci anni, ha solleticato parecchio la curiosità di medici e scienziati, che sono continuamente alla ricerca degli effetti di ogni alimento. Calabrese è un sostenitore degli effetti benefici delle sostanze presenti nel vino. Quali il resveratrolo e l’enzima cicloossigenasi – detta anche COX – che, secondo l’illustre nutrizionista, hanno dimostrato un’azione attiva nella possibile prevenzione dei tumori. Queste due sostanze agiscono su strutture cellulari ed enzimatiche, mettendo in atto meccanismi che sempre più interessano la scienza medica, anche per quanto riguarda la branca oncologica.

Particolarmente importati i polifenoli e il resveratrolo in quanto questi composti svolgono un’azione molteplice di protezione sia dei vasi sanguigni sia del cuore. Entrambe, ma soprattutto il resveratrolo, favoriscono la maggiore produzione di colesterolo “buono” o HDL e abbassano nel contempo quello “cattivo” o LDL. Ma il vino contiene circa 400 componenti diversi, fra cui 6 tipi di zuccheri, 12 di alcol, 14 di acidi organici, 22 oligoelementi, 17 sostanze coloranti. La sua acidità è simile a quella dei succhi gastrici –cioè un pH di 3-3,4 - necessaria per la digestione ottimale delle proteine. Il vino aumenta anche la secrezione della saliva e dei succhi gastrici. Bere vino mangiando, quindi, sostiene Calabrese, non è una moda ma è un’esigenza, non solo gastronomica. L’uomo ha inventato il vino, non solo per gustarlo ma per “degustarne” tutti gli aspetti positivi: che sono tanti, se inseriti in un giusto regime alimentare.

Orbene, con cosa brindare alla scienza del grande nutrizionista e alla salute di tutti noi? La scelta a questo è obbligata e non può che ricadere su un rosso ricco di polifenoli e resveratrolo. Propongo, quindi, di stappare una bottiglia del rosso Igt Val di Neto “Zingamaro” della cantina Pizzuta del Principe di Clara Ranieri e di suo marito, Albino Bianchi. Greco nero in purezza, profondo rosso alla vista, con bei riflessi violacei, lo Zingamaro colpisce il naso con un mix straordinario di profumi fruttati ( ribes nero, amarene e ciliegie mature), note speziate e sentori di liquirizia. E’ un calice gradevolissimo, corposo e concentrato da accompagnare con un pecorino stagionato. E’ l’unico rosso calabrese che compare sulla carta dei vini del celeberrimo ristorante di Gianfranco Vissani a Baschi ed è davvero una gran bella soddisfazione per don Albino Bianchi, farmacista-gentiluomo-vignaiolo, che a Strongoli ha dato nuova vita e nuovi impulsi alla sua bella azienda: ulivi e vigne sugli ultimi declivi che guardano alla foce del Neto.

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Domenica 22 Gennaio 2012 20:25

Come brindare con calici low-cost

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DI GIANFRANCO MANFREDI

Chi l’ha detto che per bere un Signor Vino bisogna spendere cifre inebrianti? E chi è che reputa che l'unico indicatore per capire la qualità del vino, alla fin fine, sia solo il prezzo. Sono in tanti, forse in troppi, a pensarla così. E in tanti praticano –  a loro spese – questo modo di pensare. Ho visto coi miei occhi persone scegliere il vino al ristorante limitandosi a scorrere la colonna dei prezzi. Per far bella figura, per far colpo e impressionare i commensali, si può finire con l’ordinare una bottiglia di Romanée-Conti Echezeaux Grand Cru, Cote de Nuits dell’85 (sui novecento euro) per accompagnare un medaglione di aragosta cotta al vapore, e finendo così col commettere un duplice delitto, ammazzando contemporaneamente sia il nobilissimo pinot noir francese sia il soave crostaceo…

Ci sono, invece, bottiglie che costano cifre modiche –  sui dieci euro, anche 7-8 – , e hanno un contenuto pregiato. Ci sono ottimi vini, insomma, il cui prezzo non dà capogiro.

Intendiamoci: il solo costo del vino rappresenta in genere un quinto del prezzo finale, e il resto è rappresentato da tasse, costi di gestione, sughero e vetro e soprattutto (un terzo del costo totale) i margini di guadagno fino al negozio. Un approfondimento dell’esperto Davide Paolini pubblicato sul Sole 24 ore ha stimato che su 3,6 miliardi di bottiglie bevute ogni anno, 2,9 miliardi di orientino nella fascia medio-bassa di prezzo compresa tra i 2 e i 10 euro.

La prima regola da seguire è quella di partire dal vitigno gradito, dalla zona di produzione: solamente a quel punto si mettono a confronto prezzi, marchi ed etichette. La seconda regola proposta da Paolini sul Sole 24 Ore è: per avere un prodotto di qualità superiore bisogna non scendere sotto un prezzo minimo, che si potrebbe collocare ai 3 euro. Sotto questa cifra ci sono prodotti dignitosissimi, ma sono difficili da individuare tra i vini più scadenti.

Negli scaffali di enoteche, negozi e supermercati la scelta dei vini è cresciuta in termini esponenziali. Ormai non ci sono più territori Doc (Denominazione di origine controllata) e pure Docg (Denominazione controllata e garantita) con poche etichette. Dunque è possibile scegliere tenendo presente che molte cantine importanti – anche le più rinomate –  hanno, nella loro offerta, vini di prezzo interessante che, prodotti in larga scala, servono spesso per sostenere i rossi o i bianchi d'immagine che trainano il marchio aziendale.

Comunque è sempre importante leggere con attenzione l'etichetta, la provenienza, le sigle (Igt, Doc, Docg), rendersi conto se il vino è imbottigliato all'origine dal l'azienda che lo mette sul mercato. Infine si ricordi che fra gli outsider, magari fino agli 8 o 9 euro, si può nascondere quello pronto a salire nella hit parade della critica, aspetto che successivamente farà alzare il prezzo. Di conseguenza chi riesce a individuare questa etichetta paga meno e ha la soddisfazione di aver scoperto la chicca. Cosa che non succede acquistando vini già affermati, ma che fanno piangere il portafogli.

Il viaggio nella Calabria low cost del vino parte dal nord-ovest cosentino e precisamente da Montalto Uffugo in località Cariglialto: a 320 metri c'è un vigneto biologico dove nasce il Donn’Eleonò Igt  Valle del Carti, che ha un prezzo finale al pubblico di 9 euro. Sa di lampone e ribes questo magnifico rosato prodotto da Lidia Matera nella sua azienda Terre Nobili. Lo ottiene da uve Magliocco e Nerello in quote paritarie col metodo tradizionale del salasso di uve rosse.

Spostiamoci più a est e arriviamo a Cirò Marina per un calice di Cirò. Una performance eccezionale di rapporto qualità-prezzo è firmata dall’azienda Librandi col suo Cirò rosso Doc che arriva sugli scaffali a 7-8 euro. Un prezzo ottimo per un rosso doc rotondo e di spessore con netta impronta di ciliegia e note speziate di cardamomo.

Scendendo un po’ più a sud troviamo a Strongoli l’azienda Dattilo di Roberto Ceraudo che produce, tra l’altro, il Petelia Igt che ha un prezzo al pubblico di 9 euro. E’ un blend di greco bianco, mantonico e chardonnay, per un bianco a regola d’arte, fresco, floreale e fruttato con piacevoli note esotiche di papaya e mela verde.

Concludiamo nel Lametino (la testata, del resto, l’impone…) il nostro percorso fra i vini di qualità al prezzo accessibile.

Le Cantine Lento hanno in produzione il bianco Contessa Emburga, un bianco elegante che si trova anche a meno di 10 euro: giallo paglierino brillante, ha profumi intensi di frutti esotici, è un sauvignon meridionale, equilibrato ed armonico, con un gradevole finale di albicocca.

Cantina in costante crescita, quella dei fratelli Statti hanno diversi vini low-cost ma quello che raggiunge il topo della qualità-prezzo è senz’altro il rosso Gaglioppo Igt (7 euro), vale a dire l’antico vitigno calabrese riproposto con tecniche moderne per un vino elegante e non palestrato che, alla giusta temperatura, è un rosso “estivo” e “da pesce”.

Chiudiamo questa piccola rassegna con l’ultimo nato del vigneto-Calabria: si chiama Annibale ed è un rosso giovane e promettente che produce Paolo Chirillo a Motta Santa Lucia (nell’area del Lametino che costeggia il Savuto). Proviene da uve magliocco dolce (80 per cento) col resto di sangiovese. Il vigneto di Chirillo è stato impiantato a sesti stretti su una collina dalla notevole pendenza e gode di ottima esposizione. Il risultato è davvero interessante e merita attenzione. Rosso rubino con unghia violacea, richiama frutti rossi  ma in primis spicca un netto sentore di more di rovo, poi qualche accenno di menta. Semplice e lineare in bocca, è ancora un po’ pungente per freschezza. Al pubblico arriva a poco più di sei euro, sette al massimo. E’ facile prevedere che scenderà a meraviglia, l’Annibale, nei calici delle prossime feste…

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Un menu inebriante per un baedeker serio e rigoroso anche se un po’ ostinatamente di originale personalità: duemilatrecento aziende e diecimila vini recensiti. Parlo dell’edizione 2012 della Guida dei Vini d’Italia dell’Espresso che è appena uscita nelle librerie e nelle edicole. Come districarsi tra bianchi, rossi, rosati, bollicine e passiti dalla Val d’Aosta ad Agrigento? Cosa scegliere davanti a carte dei vini monumentali, a volte sterminate, di certi ristoranti, anche delle nostre parti? Anche quest’anno arriva in aiuto di esperti e semplici consumatori quella che rimane una delle migliori guide enologiche “scritte” – cioè raccontata, non limitata a scarne schede con indirizzo, voti e simboletti – del panorama editoriale italiano. Vuole essere una piccola enciclopedia del buon bere, per muoversi con destrezza tra i vini recensiti  e approfondire la conoscenza sulla conservazione e sul servizio del vino e la terminologia tecnica, grazie a un sintetico glossario. Quindi un volume di consultazione per enoappassionati con una certa “cultura”, ma anche un manuale di studio per chi muove i primi passi nel mondo del vino, pronto ad apprendere sempre più.

Novità? I soliti noti, verrebbe da rispondere. Come ogni anno, al vertice delle valutazioni, saldamente in sella rimangono le regioni leader, col Piemonte e la Toscana nettamente in testa. La due regioni occupano –nientepopòdimenochè – oltre 210 pagine della Guida: basti pensare che alla Calabria ne toccano ancora un volta appena 9, al Lazio 14. La fanno da padroni, insomma, Baroli, Barbera, brunelli, Supertuscan e Chianti.Un testa a testa tra Piemonte e Toscana, insomma, è quello che si trovano di fronte i patiti di classifiche. Conferma il suo primato in numero di eccellenze (46) infatti la terra del Barolo, seguito a 45 vini eccellenti dalla patria del Brunello. E con un abile scatto arriva a 32 eccellenze - e terzo gradino del podio - il Trentino insieme all'Alto Adige.

Anche quest’anno al Sud pochissime novità. Ne esce un quadro non certo esaltante del vigneto-Calabria. Senza molte stelle; a parte le “due stelle” all’azienda Librandi e il riconoscimento di una stella ciascuno a Ippolito, Stelitano, Roberto Ceraudo e Caparra e Siciliani. Quest’ultima cantina ha fatto l’en plein in Calabria con un vino, il Cirò Rosso Classico superiore Riserva Volvito 2008 che ha avuto 18,5/20 di valutazione e il Cirò Rosso Classico 2010 con voto 17,5/20 e il premio speciale della menzione per il rapporto qualità-prezzo. Poi nella classifica regionale c’è una pattuglia di vini da 17/20. La apre il rosso Armacìa  2009 della cantina Enopolis-Costa Viola , uno straordinario Igt realizzato magistralmente da Franco Tramontana delle Cantine Criserà di Catona di Reggio Calabria,  usando, come meritano, le uve coltivate negli acrobatici terrazzamenti della costiera tra Bagnara e Villa San Giovanni. A pari merito il Savuto Rosso superiore 2008 della Cantina Antiche Vigne di Rogliano, il Lacrima Nera 2008 dei Feudi di Saseverino di Saracena (CS), il Cirò Rosso Classico superiore Riserva Colli del mancuso 2008 delle Cantine Ippolito, il Greco di Bianco 2009 della Cantina Stelitano di Casignana e il Moscato Passito dell’azienda Viola di Saracena.

E il lametino? Come ha valutato l’Espresso i vini delle aziende di casa nostra? Le note, purtroppo, anche quest’anno non sono squillanti. Nessuno nostro vino ottiene valutazioni superstellate e neppure si brilla nel rapporto qualità-prezzo – secondo la guida diretta da Enzo Vizzari e curata dai due esperti Ernesto Gentili e Fabio Rizzari. Saltate o ignorate completamente altre aziende (persino la quotatissima azienda Odoardi di Nocera Terinese non è stata presa in considerazione) l’attenzione dell’Espresso si è concentrata sulle cantine Lento e Statti. I migliori vini lametini, per l’Espresso, sono il bianco “Greco” 2010 dei fratelli Statti e il rosso Federico II 2008 delle Cantine Lento. Entrambi conquistano una valutazione di 15/20. Seguono (con 14.5/20) il Contessa Emburga 2010 e il Rosso Dragone 2010 (entrambi di Lento) e l’Arvino 2009, il Lamezia Bianco 2010 (entrambi delle Cantine Statti).

I giudizi? Scarsi di voti, i valutatori dell’Espresso non sono prodighi neanche di complimenti per la nostra enologia. Se all’azienda di Salvatore Lento riconoscono che “ può contare su una buona materia prima e su un’aggiornata tecnica di cantina”, per le Cantine Statti scrivono: “ I vini hanno taglio moderno e valorizzano doti di pulizia aromatica e freschezza di frutto”. Che dire? Io mi limito a citare in conclusione un’avvertenza che compare nell’introduzione della Guida, quella che esplicita un’ autodefinizione: “Uno strumento, appunto. Non un serbatoio di verità assolute”.

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Gianfranco_Manfredi di GIANFRANCO MANFREDI

Come valorizzare una terra del vino? Come far riverberare su un territorio l’immagine positiva di produzioni vinicole d’eccellenza? Come veicolare, insomma, al traino del vino un look accattivante anche dal punto di vista turistico?

Non c’è bisogno di spingersi fino alla californiana Napa Valley o in Borgogna oppure in Alsazia per scoprire le formule capaci di rispondere a questi interrogativi. Di recente ne ho potuto constatare un caso davvero esemplare in quel di Menfi, in provincia di Agrigento, partecipando all’evento Inycon (l’antichissimo nome di Menfi, quando era abitato dai sicani). Sono stati – dal 24 al 26 giugno – tre giorni piacevoli e interessanti di incontri, degustazioni e spettacoli all’insegna del vino di qualità. Sotto i riflettori, però, non solo il nettare di Bacco, vero protagonista del territorio, ma anche le bellezze naturali, la cultura, le tradizioni, la gastronomia del distretto delle Terre Sicane.

Giunta alla 16\esima edizione, promossa dal Comune di Menfi in collaborazione con la cantina Settesoli, la manifestazione è stata, in sostanza, un week-end alla scoperta di Menfi e dintorni, vissuto tra degustazioni di vino sotto le stelle, mostre, momenti di approfondimento, wine tasting e tour per conoscere vigneti, cantine e le altre perle del territorio. Obiettivo dell’evento è stato quello di valorizzare il territorio della cittadina dal punto di vista vitivinicolo, turistico e imprenditoriale, promuovendo la Strada del Vino Terre Sicane e le cantine del comprensorio che vanta quattro Doc, 7 mila ettari di terreno vitato e il 40 per cento dell’export di tutta la produzione vinicola dell’isola.

Quattordici le aziende vitivinicole partecipanti (tra le quali il colosso Settesoli) che hanno fatto degustare le loro migliori produzioni durante i wine tasting condotti da Fede&Tinto, di Rai Radio2, e Marco Sabellico, del ''Gambero rosso'', con il contributo della giornalista tedesca Veronika Crecelius. Michele Botta, sindaco di Menfi, è gongolante: “Negli ultimi anni – spiega, snocciolando cifre e dati  –  il settore del turismo nella nostra città è cresciuto notevolmente, fino a registrare una decuplicazione delle presenze”. Botta non esita ad attribuire alle edizioni di Inycon il merito del successo. “Stiamo lavorando per fare crescere la manifestazione  – aggiunge – per una sua ulteriore valorizzazione e qualificazione nel panorama nazionale oltre che per attirare sempre maggiori flussi turistici. Il nostro territorio è accogliente, vanta un litorale incontaminato e un mare premiato ogni anno per la pulizia delle acque e i servizi in spiaggia”.

Negli ultimi due anni, Inycon ha decisamente una marcia in più. Dallo scorso anno l’evento si avvale, infatti, della collaborazione dell’agenzia Feedback di Palermo, volta al rilancio della rassegna attraverso lo sviluppo di un nuovo format per una maggiore internazionalizzazione della manifestazione. (Chi ancora non sa cosa sia Feedback, farà bene a documentarsi su questa agenzia, che s’avvale di un team giovane e dinamico, una fucina di idee creative ed efficaci che, diretta da Marcello Orlando Canzio, tanto per citare due esempi, ha già fatto la fortuna di San Vito Lo Capo col “Cous Cous Fest” e, in Sardegna, ha riposizionato per due edizioni il “Girotonno” di Carloforte). Vorrei, perciò, proporvi un brindisi felice a Inycon, alla Feedback ed alla valorizzazione dei territori del Sud. Non posso, allora , che scegliere tra i bianchi (con queste temperature…) più legati alla nostra realtà locale. Verso, allora, nel calice, da una bottiglia di  Lamezia Bianco DOC 2010  delle Cantine Statti, una delle più classiche espressione del territorio e della tradizione locale. Risultato, paritario, di uve greco bianco e malvasia, ha un bel colore

paglierino brillante con riflessi verdognoli. Al naso prevalgono i sentori floreali, un bouquet di fiori bianchi di campo; in bocca è sapido e fresco. Felice Cardamone, il sommelier che è il punto di riferimento dell’AIS lametina, raccomanda di servirlo a 8-9 gradi di temperatura. Sposa bene coi formaggi freschi, ma in questa stagione torrida preferitelo con una leggera  cucina di pesce. (In enoteca a 5-6 euro)

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