E…ancora la borghesia mafiosa come nell’Ottocento? Voltare pagina

Scritto da  Pubblicato in Pino Gullà

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Durante la conferenza stampa di Magistratura e Forze dell’Ordine dopo la cattura di Matteo Messina Denaro si è parlato della borghesia mafiosa che ha messo in atto la cintura di protezione per consentirne la latitanza trentennale. Alcuni giornali e talk televisivi ne hanno evidenziato l’incredulità: potrebbe sembrare inverosimile; selfie e telecamere lo hanno fotografato in libertà.  Invece l’intervista di Corrado Formigli nella trasmissione televisiva “Piazza Pulita” de La 7 a Nicola Gratteri, Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Catanzaro, per analogia ne rende verosimile la latitanza lunga 30 anni: “I capi mafia stanno tendenzialmente sul territorio per non perdere il prestigio. Mentre i latitanti per traffici di droga possono spostarsi. Abbiamo catturato latitanti dopo 14-20-23 anni”. Per ulteriori riscontri corre l’obbligo ritornare al prezioso lavoro del generale Giuseppe Governale “Sapevamo Già Tutto”, Ed. Solferino, 2021; un’indagine storica sulla mafia siciliana dall’Ottocento ad oggi, attraverso un approccio complesso: antropologia, sociologia, teatro, cinema, letteratura e, naturalmente, le opere dei docenti di Storia. Da consigliare nelle scuole superiori per un progetto sulla legalità che potrebbe diventare, a mio avviso, stimolante per gli allievi; si può iniziare dal cinema con il film Il giorno della civetta per poi leggere il romanzo omonimo  di Leonardo  Sciascia, identico metodo per Il  Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa; o mettere in scena  il lavoro  teatrale di don Luigi Sturzo, La mafia, e poi leggere  Il tenebroso sodalizio, il primo rapporto di polizia sulla mafia siciliana, di Salvatore Lupo, professore ordinario di Storia contemporanea presso l’Università di Palermo. Ho fatto solo degli esempi, i primi che mi sono venuti in mente. Naturalmente c’è tanto altro che andrebbe eventualmente strutturato attraverso un progetto e programmato secondo la didattica interdisciplinare o multidisciplinare per arrivare (alla fine) all’unitarietà completa e concreta dell’argomento mafia.

 A proposito di borghesia mafiosa, Governale riserva, a ragion veduta, numerose citazioni a Leopoldo Franchetti (pp. 9,39,69,91), parlamentare conservatore dell’Italia post-unitaria con occhio attento alle problematiche meridionali della nostra Penisola. La sua opera, Condizioni politiche e amministrative della Sicilia, l’ho letta per la prima volta 50 anni fa ne Il Sud nella storia d’Italia. Antologia storica della questione meridionale, Laterza, 1966. Appunto una rassegna storica di contributi di importanti intellettuali sul Mezzogiorno, a cura di Rosario Villari, già docente di Storia moderna nelle università di Messina, Roma, Firenze e anche parlamentare; deceduto nel 2017. Era il testo di studio per il mio esame di Storia delle Dottrine Politiche nella Facoltà di lettere e filosofia dell’Università peloritana: andò benissimo. Leggendo i testi, rimasi colpito dall’interesse di tanti studiosi, di diverso orientamento politico, al Meridione d’Italia. Tra gli altri Leopoldo Franchetti e un brano della sua inchiesta. Allora cominciai a conoscere la questione meridionale.

Dopo la lettura di Sapevamo già tutto, ho trovato online la prima edizione di Condizioni politiche e amministrative della Sicilia nel 1876 pubblicata dalla tipografia di G. Barbera il 1877. Alcuni passaggi del lavoro di Franchetti sono attualissimi, infatti il politico di allora parla delle latitanze protette da una parte degli abitanti come avviene anche oggi. L’omertà: “In Sicilia (…)  i particolari di ogni delitto, il delinquente, il luogo dove si nasconde sono noti a quasi tutta la popolazione del vicinato. Ma d’altra parte, la popolazione non è disposta ad aiutare l’autorità né direttamente né indirettamente, sicché rimane libero il campo a coloro che hanno interesse a porla sopra una falsa via” (p. 245). La borghesia mafiosa e la cintura di protezione: “Trovare i modi coi quali il Governo italiano possa giungere a prevenire per quanto sia possibile i reati, e quando siano commessi, a scuoprire gli autori, arrestarli, e procurare che siano condannati e posti nell’impossibilità di nuocere ancora, in un paese dove i delitti sono facili e frequentissimi e non sollevano contro di sé lo sdegno dell’ universale; dove i delinquenti potentemente organizzati godono una grande autorità sull’opinione pubblica, ed hanno quasi sempre nella classe media o superiore della società una o più persone direttamente o indirettamente interessate a sottrarli  alla giustizia” (pp. 242-243). La mafia: “Si formano quelle vaste  riunioni di persone di ogni grado, di ogni professione, di ogni specie che senza avere nessun legame apparente, continuo e regolare, si trovano sempre unite per promuovere il reciproco interesse, astrazione fatta  da qualunque considerazione di legge di giustizia e di ordine pubblico: abbiamo descritto la mafia, che una persona d’ingegno, profonda conoscitrice dell’Isola, ci definiva nel modo seguente: “La Mafia è un sentimento medioevale: mafioso è colui che crede di poter provvedere alla tutela e alla incolumità della sua persona e dei suoi averi  mercè il suo valore e la sua influenza personale indipendentemente dall’azione dell’autorità e dalla legge”. (…) Perciò è generalmente significata con questo nome quella popolazione di facinorosi la cui occupazione principale è d’esser ministri e instrumenti delle violenze e coloro che sono con essi in relazioni dirette e continuate” (pp. 63-64). Dopo la sua Inchiesta Franchetti “sapeva già tutto” sulla mafia a livello medio e a livello alto.

Riavvicinandomi al passato prossimo ho scelto un virgolettato di Umberto Santino, fondatore del Centro siciliano di documentazione “Giuseppe Impastato”, riguardante le rivelazioni di Tommaso Buscetta: “Attorno alle famiglie e agli uomini d’onore vi è una massa di persone che pur non essendo mafiose, collaborano con i mafiosi. (…) Fino a quando la gente non comprenderà che i mafiosi vanno isolati e arrestati tale situazione si protrarrà” (Tribunale di Palermo, Corte d’Assise, 1987, p. 1211). E ancora oggi la borghesia mafiosa è presente a livello medio e alto come rivelano le indagini e le condanne della Magistratura e delle Forze dell’Ordine.

A proposito di livelli alti il generale Governale a pagina 19 di Sapevamo già tutto registra gli inciampi e la rovinosa caduta dell’etica di certa classe dirigente: “Cosa nostra tuttora prolifera, anche se è in difficoltà operativa, soprattutto se paragoniamo le sue performance a quelle attuali della ‘ndrangheta, ma è ancora virulenta, perché ha rivelante spirito di corpo, un forte vivaio, e riesce a mordere le istituzioni, quando non adeguatamente protette da uno scudo fatto di sufficiente spirito etico e senso di responsabilità; quelle volte in cui si muova una classe dirigente con minore  senso dello Stato, non sempre adeguatamente motivata e propensa ad assumersi l’onere delle responsabilità connesse alle funzioni ricoperte”. Pagina inquietante. Ricordo che quando l’ho letta sono rimasto turbato; ho avuto un attimo di pausa. Poi ho voltato … pagina e ho completato la lettura di tutto il libro. Non riuscivo a staccarmi dalle pagine successive. Anche nella lotta alle mafie, se succedono malauguratamente “gli inciampi”, bisogna voltare pagina e andare avanti per ottenere risultati positivi. Come dimostrato dalla cattura di alti esponenti della criminalità organizzata in questi ultimi giorni, motivazione e impegno di Magistratura e Forze dell’Ordine hanno indebolito le cinture di protezione della borghesia mafiosa; adesso tocca anche alle comunità, alle associazioni e alla scuola dare una mano alle Istituzioni per sconfiggere la mafia.  

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