Rivoluzione Francese, Repubblica Partenopea e Sanfedisti in Calabria

Scritto da  Pubblicato in Francesco Vescio

francesco_vescio-ok_48ed3-1_c2018_736f4_c645b_efd06_cf25d.jpgNel Settecento la Calabria fu dominata dalla Spagna come parte del Vicereame di Napoli fino al 1707, in quell’anno subentrò il predominio austriaco fino al 1734, anno in cui Carlo III di Borbone divenne re dopo la conquista armata del Vicereame, che divenne Regno di Napoli; le note precedenti dimostrano che in quel periodo le vicende storiche erano determinate prevalentemente dalle conquiste armate dei sovrani o dalle strategie matrimoniali delle più importanti dinastie regnanti in Europa. Con la Rivoluzione Francese del 1789 le cose cambiarono notevolmente e i popoli, in molti Paesi, diventarono protagonisti delle trasformazioni politico-istituzionali che li riguardavano. Nel presente scritto si cercherà di delineare, in modo sintetico e negli aspetti più significativi, le connessioni che andarono ad intrecciarsi tra gli eventi della Rivoluzione Francese e quelli che si svilupparono in Calabria alla fine del XVIII secolo. La famiglia regnante di Napoli apparteneva a due delle più importanti dinastie dell’Europa del tempo: il re Ferdinando IV era figlio di Carlo, citato prima, e parente di Luigi XVI, re di Francia, condannato a morte nel 1792;  sua moglie, la regina Maria Carolina,  era figlia dell’imperatrice Maria Teresa d’Asburgo e di Francesco Stefano di Lorena, due suoi fratelli furono imperatori: Giuseppe II (1765-1790) e Leopoldo II  (1790-1792) , la sorella Maria Antonietta era regina di Francia, anch’essa condannata a morte nel 1793; da tali legami familiari ne consegue che la corte di Napoli era una delle più ragguardevoli d’Europa. Oltre ai legami familiari dei sovrani c’erano intensi rapporti fra il Regno di Napoli e la Francia grazie alla diffusione delle idee illuministiche, per come si può inferire dal passo seguente: “Ebbe l’Illuminismo nascita in Francia e da lì si propagò in tutta l’Europa e in Italia. Gli intellettuali meridionali e calabresi non si chiusero in sé, e parteciparono al nuovo moto di cultura con spirito originale. Si sforzarono di tradurre nella pratica gli alti principi di uguaglianza, libertà e fratellanza dell’Illuminismo con la sfortunata Rivoluzione napoletana del 1799, strozzata dal cardinale Fabrizio Ruffo. Non tutti gli illuministi divennero, però, giacobini, cioè rivoluzionari. Molti intesero la correzione della società in cui vivevano e si muovevano con la forza delle idee” (Pasquino Crupi, Sommario di Storia della Letteratura Calabrese per Insegnanti di Lingua Italiana all’Estero- Profili 1, International AM Edizioni, Reggio Calabria, 2002, p. 86).

Il documento più significativo ed innovativo prodotto dalle idee illuministiche e dalla Rivoluzione Francese è la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino approvata dall’Assemblea Nazionale il 26 agosto 1789; per dare contezza della straordinaria novità di tale documento se ne riportano i primi tre articoli: Art.1) Gli uomini nascono e rimangono liberi ed uguali nei diritti. Le distinzioni sociali non possono essere fondate che sull’utilità comune. Art. 2) Lo scopo di ogni associazione politica è la conservazione dei diritti naturali e imprescrittibili dell’uomo. Questi diritti sono la libertà, la proprietà, la sicurezza e la resistenza all’oppressione. Art 3) Il principio di sovranità risiede essenzialmente nella Nazione. Nessun corpo, nessun individuo può esercitare un’autorità che da essa non emani espressamente” (Walter Grab, - La Rivoluzione Francese- La Nascita della Democrazia Moderna, Orsa Maggiore Editrice, s.l., s.d., p. 12). Per esplicitare in modo chiaro la portata e le implicazioni pratiche di tale documento si riportano le seguenti considerazioni molto puntuali: “Si trattava anzitutto di una Dichiarazione – un manifesto e un’affermazione dei criteri generali secondo i quali l’Assemblea nazionale sperava di riformare l’organizzazione del potere politico in Francia. In secondo luogo, era una dichiarazione di diritti, e non di doveri. In altre parole, presentava soltanto un elenco di diritti politici, sociali e costituzionali che i suoi autori ritenevano indispensabili all’instaurazione di un regime migliore. In terzo luogo, era una dichiarazione dell’uomo – intendeva cioè appellarsi all’umanità intera e implicava certamente conseguenze di vasta portata. Era cioè destinata non soltanto alla Francia ma agli uomini di ogni paese che volevano essere liberi e sbarazzarsi anch’essi dal fardello della monarchia assoluta e dei privilegi feudali [ ...] Queste tesi – presentate com’erano con propositi di applicazione universale avrebbero evidentemente, se accettate, distrutto le basi del vecchio ordine sociale e sconvolto ogni stato d’Europa” (David Thomson, Storia dell’Europa Moderna – Vol. I - Dalla Rivoluzione Francese al 1871, Feltrinelli, Milano, 1965, p. 19 ). Gli eventi rivoluzionari francesi coinvolsero il Regno di Napoli per come indicato nel testo successivo: “Un Borbone era anche Ferdinando IV di Napoli e sua moglie Maria Carolina era sorella di Maria Antonietta, ma ciò non impedì che, nel luglio 1793, la flotta napoletana si unisse a quella inglese per la difesa di Tolone che si era ribellata ai giacobini. Nel dicembre dell’anno innanzi una grossa armata francese aveva fatto la sua comparsa a Napoli per chiedere soddisfazione di certe vere o supposte offese recate alla Repubblica, e il governo napoletano aveva dovuto rassegnarsi a chiedere scusa per evitare il peggio. Si costituì allora una Società patriottica e fu organizzata una congiura che venne scoperta e portò, nonostante la difesa di Mario Pagano, alla condanna a morte di tre giovani congiurati, Emanuele De Deo, Vincenzo Galliani e Vincenzo Vitalliani (ottobre 1794). A Napoli la Francia aveva molti ammiratori nel medio ceto, ma il popolo, e qui non si parla che della capitale, era devotissimo al Re”, (Francesco Lemmi, Storia d’Italia fino all’Unità, Sansoni, Firenze, 1965, p.307).

Per esplicitare il coinvolgimento della Calabria negli avvenimenti rivoluzionari e controrivoluzionari avvenuti in Francia ed in Europa alla fine del Settecento si riporta il testo successivo: “La scoperta e la repressione della congiura ‘giacobina’ del 1794 avevano messo in luce una nuova realtà politica: le logge massoniche si erano trasformate in club rivoluzionari, le incertezze del riformismo, la crisi del modello assolutistico che Ferdinando IV e Maria Carolina riproponevano in forme sempre più ‘dispotiche’ e sempre meno ‘illuminate’, la diffusione delle costituzioni d’Oltralpe spingevano gli intellettuali formatisi alla scuola del movimento riformatore, soprattutto i più giovani, a cercare altre vie, col sostegno della Francia repubblicana e rivoluzionaria, per la realizzazione di progetti di rinnovamento radicale degli assetti politici e sociali. Processi e inquisizioni coinvolsero ampiamente le due province calabresi […] Ben 493 dei processi di Stato tenuti fra il 1794 e il 1798 riguardarono la Calabria […] L’ingresso del re di Napoli nella coalizione antifrancese, la repressione interna, l’alleanza con la Chiesa, spezzarono definitivamente il rapporto di collaborazione tra riformatori e corona: il ‘re proprio’ aveva esaurito la sua funzione fondatrice di un nuovo Stato indipendente. Sconfitto a Roma dalle armate francesi, costretto alla ritirata, Ferdinando IV abbandonava Napoli il 23 dicembre 1798, riparando in Sicilia [...] Il 23 gennaio le armate francesi erano a Napoli , dove già il 21 gennaio i ‘patrioti’, impadronitisi di Castel S. Elmo, avevano proclamato la Repubblica, e il generale Championnet nominava un Governo provvisorio, di cui facevano parte alcuni dei principali protagonisti dell’attività cospirativa e dell’associazionismo massonico-giacobino degli anni Novanta: fra questi i calabresi Giuseppe Lagoteta, fondatore della loggia massonica di Reggio, e Domenico Bisceglia, cui si aggiunsero il 24 febbraio Vincenzo de Filippis e Francesco Saverio Salfi, segretario del Governo [..] Brevi e convulse furono perciò l vicende repubblicane in Calabria. Con il governo provvisorio repubblicano a Napoli e la corte borbonica in Sicilia, le due province tornarono nuovamente a essere terra di confine. Fin dal 7 febbraio, con il titolo di ‘ commissario Generale delle prime province, e di Vicario Generale allorché avesse raccolto un’attiva forza’, il cardinale Fabrizio Ruffo, che aveva raggiunto i sovrani a Palermo, sbarcava a Pezzo con l’incarico della riconquista. […Nella terza decade del mese di marzo, quasi tutte le repubbliche della Calabria Citra erano ormai cadute. Il 3 aprile il Ruffo poteva scrivere che le Calabrie erano ‘ormai interamente ridotte all’obbedienza del Re N.S’. Arrivato a Rossano il 10 aprile, e a Cassano il 21, muoveva quindi verso la Basilicata, la Puglia, il Principato Ulteriore: il 13 giugno l’armata sanfedista era a Napoli” (Anna Maria Rao, La Calabria nel Settecento in ‘Storia della Calabria Moderna e Contemporanea- Il lungo Periodo ’, Gangemi Editore, Roma - Reggio Cal., 1992, pp.395-399).

Per avere piena contezza della partecipazione dei calabresi al conflitto bisogna ricordare anche i combattenti repubblicani, in questa sede si riporta il brano successivo che informa su due episodi particolarmente significativi: “A Portici un corpo di volontari calabresi difendeva le posizioni repubblicane. Inoltre, al forte di Vigliena una compagnia di calabresi comandata dal tenente Antonio Toscano, coriglianese, attendeva il nemico. Il 13 giugno i combattenti della libertà saliti dalla Calabria non si arresero, morirono tutti assieme al loro capo che si trasformò nel minatore di Andorno Pietro Micca, accendendo anche lui la mina che fece saltare il forte. A poco meno di un secolo Toscano rinnovò, per sé e per i suoi cento cinquanta compagni di Calabria, il gesto che vince la morte. Caduta la resistenza a Vigliena, nella notte il ‘generalissimo’ Ruffo poté entrare nella città della repubblica” (Enzo Misefari, Storia Sociale della Calabria, Jaka Book, Milano, 1976, p.28).

Lo scontro fu cruento non soltanto sui vari campi di battaglia, dalla Calabria a Napoli, ma per le sentenze capitali che seguirono alla resa, per come indicato nel brano riportato di seguito: “La repressione sanguinosa, seguita al crollo della repubblica, fu enormemente sproporzionata ed ebbe inoltre i caratteri della vendetta. Lo stesso Ruffo, aveva fatto intendere che bisognava evitare di far scorrere altro sangue. I Borboni, o meglio Carolina e il suo idolo Nelson, furono di parere opposto. Li ricordiamo [Segue l’elenco, qui non riportato, di venti calabresi condannati a morte, N.d.R.], avvertendo che i ‘giustiziati’ a Napoli furono 300 con sentenza capitale, 4.000 nelle province e 32.000 gettati in galera o esiliati” (Enzo Misefari, Ibidem, p. 31).

Sono dati che ancora fanno riflettere sui tanti orribili grovigli della storia, che flagellarono la Calabria nell’ultimo decennio del Settecento.                                                                                                                                                                                                  

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