Riflessi in Calabria delle riforme di Carlo III di Borbone

Scritto da  Pubblicato in Francesco Vescio

francesco_vescio-ok_48ed3_35907.jpgIl Settecento in Europa fu un secolo importantissimo per le forte spinte verso le riforme politiche, giuridiche, istituzionali che impegnarono alcuni sovrani, una parte considerevole dei ceti borghesi e nuclei consistenti della nobiltà più illuminata; il clima culturale di quel periodo è delineato in modo significativo nel brano che segue: “Nel dinamismo economico e nel progresso della scienza, che furono propri del secolo, trovò il terreno favorevole il movimento politico-culturale dell’illuminismo, la cui caratteristica fondamentale fu l’applicazione dello spirito razionalistico e di ricerca che animarono la scienza (e della fiducia nel progresso che ad esso si accompagnava) all’analisi critica delle istituzioni sociali e politiche […] Anche in Italia la rinascita della cultura e la ripresa della lotta politica coincisero con la formazione del movimento illuministico, attraverso il quale si ricreò una volontà collettiva e una forza politica capace di indicare i problemi della società di organizzare l’opposizione al vecchio regime, di proporre una linea di sviluppo. Un preannuncio di questa ripresa si ebbe già tra la fine del Seicento e i primi del secolo, quando la cultura italiana partecipò in vario modo al generale risveglio dello spirito critico […] A Napoli, Antonio Genovesi, che ricoprì la prima cattedra universitaria europea di economia politica, fu il promotore del movimento e l’antesignano della polemica contro la cultura teologizzante, retorica e formalistica che allora dominava, in nome di concreti interessi economici, politici, sociali. Le sue idee, contenute nelle Lezioni di commercio, ossia di economia civile (1754) furono riprese da numerosi discepoli, tra i quali Ferdinando Galiani (1728-1787), che fu lungamente a contatto con la cultura parigina, Gaetano Filangieri, la cui Scienza della legislazione fu accolta come una delle opere più rappresentative della nuova cultura europea e Giuseppe Maria Galanti (1743- 1806), autore di una Descrizione delle Due Sicilie che è il quadro critico più completo delle sopravvivenze feudali del regno” (Rosario Villari, Mille  Anni di Storia, - Dalla Città Medievale all’Unità dell’Europa, Laterza, Roma-Bari, 2000, pp. 306-314).

Nel Regno di Napoli l’opera riformatrice fu iniziata da Carlo III che conquistò il regno con le armi nel 1734 scacciando gli austriaci, che lo dominavano da Vienna come Vicereame. Prima di passare a trattare in modo specifico la situazione calabrese, si ritiene opportuno fare un breve cenno all’azione riformatrice attuata nell’intero regno, per come indicato nel passo successivo: “Il primo sostenitore e teorico della politica riformatrice del regno di Napoli fu Pietro Giannone. Essa fu concretamente avviata durante il regno di Carlo di Borbone (1734-1759) e diretta da ministro Bernardo Tanucci, che tenne la reggenza nel periodo della minore età di Ferdinando IV, dopo che Carlo si trasferì al trono di Spagna. Le iniziative nel settore dei privilegi ecclesiastici non furono diverse da quelle degli altri Stati. Molto esitante e contraddittoria fu però l’azione riformatrice nei riguardi del della feudalità laica e nel settore fiscale” (Rosario Villari, op. cit., p.325).

La questione del fisco esoso era molto sentita in Calabria, per come viene esplicitato chiaramente nel passo seguente: “Terre e città, autorità regie ed ecclesiastiche, grandi feudatari e patriziati: tutti fecero a gara per accogliere e festeggiare il proprio re. Una gara che metteva in gioco questioni di prestigio personale ma anche questioni più generali di governo delle province. E nel governo locale, nonostante le gerarchie formali riaffermate sul piano del cerimoniale, i rappresentanti della giurisdizione regia apparivano ancora come solo una delle parti in causa, insieme all’alto clero, alla grande nobiltà feudale, alle nobiltà cittadine. Unanimi furono le richieste di sgravi fiscali: l’esasperato fiscalismo austriaco al riaprirsi della guerra aveva sollevato non poche reazioni contro gli esattori e ancora nel luglio del 1734 gravi incidenti si erano verificati a Cosenza, dove era stata assalita la casa dell’appaltatore delle gabelle. Le richieste furono in parte accolte, rimettendo il debito arretrato delle università [Con tale termine allora s’intendeva la circoscrizione amministrativa corrispondente, grosso modo, all’odierno Comune, N.d.R.] per la parte dovuta al fisco regio. Restavano i debiti verso i titolari di diritti fiscali, come a Corigliano, dove l’università doveva pagare annualmente 1.832 ducati alla regia corte e più di 7.000 al duca. Le esazioni passarono comunque, fra il 1731 e il 1734, da quasi 99.000 ducati a poco più di 61.000 per la Calabria Citra, e da quasi 143.000 a poco più di 130.000 per la Calabria Ultra. Le concessioni iniziali e il nuovo clima di fiducia ebbero un effetto positivo sulle finanze dello Stato, che videro affluire più regolarmente i contributi delle università […] In effetti i primi anni del governo carolino furono di energica azione riformatrice, grazie al sostegno politico e militare che la Spagna continuava a fornire al giovane principe, e soprattutto a un personale politico di prim’ordine, in parte venuto dalla Spagna e dalla Toscana, in parte reclutato tra gli esponenti migliori dei quadri dirigenti locali” ( Anna Maria Rao, La Calabria nel Settecento, in ‘ Storia della Calabria Moderna e Contemporanea’, Gangemi Editore,  Roma – Reggio Cal., 1992, pp. 318-319 ).

Una questione secolare era quella riguardante i rapporti tra Stato e Chiesa, soprattutto in relazione ai tanti privilegi ed immunità di cui godevano gli ecclesiastici nel Regno; tale problematica provocava delle frequenti tensioni tra le autorità governative e quelle regie; nel passo successivo si riportano alcuni esempi di tali conflitti scoppiati in Calabria: “Gravissimi erano i problemi di ordine pubblico determinati dal regime di concorrenza fra giurisdizioni diverse. Il fenomeno del diritto d’asilo nei luoghi sacri aveva dimensioni impensabili altrove […] Frequenti e pesanti furono, tra il 1734 e il 1739, gli interventi dei vescovi sull’attività delle Udienze di Catanzaro e di Cosenza. Nel 1734 il vescovo di Nicastro scomunicò un subalterno e i soldati dell’Udienza di Catanzaro per aver ‘estratto’ da una chiesa alcuni latitanti, colpevoli di sequestri e rapine; scomuniche e monitori furono comminati dai vescovi di Umbriatico e di Mileto, e dall’arcivescovo di Cosenza. Nel 1741, dopo anni di trattative, la conclusione di un concordato con la Chiesa permise di risolvere almeno in parte i più gravi problemi connessi alle immunità ecclesiastiche” (Anna Maria Rao, Ibidem, p. 320). La nuova dinastia iniziò una politica di riforme ad ampio raggio in un primo momento, ma successivamente le cose mutarono al peggio in tutto il Regno, con particolari specificità negative per la Calabria per come evidenziato nel testo riportato di seguito: “Un’ampia politica innovatrice, dunque, fu inaugurata dal ‘re proprio’. I problemi delle province e delle amministrazioni comunali occuparono un ruolo centrale nei provvedimenti presi in materia economica, finanziaria, amministrativa. Si trattava di costruire effettivamente una nuova monarchia ‘nazionale’. Ma fu un avvio forse troppo ambizioso e calato dall’alto rispetto ad un ambiente in cui ancora deboli erano, per consistenza e capacità di espressione, i nuovi ceti provinciali e troppo forti le spinte particolari e gli strumenti di pressione dei gruppi colpiti dalle riforme. A sentirsi lesi furono un po’ tutti, dagli ecclesiastici ai togati alla grande nobiltà feudale, nonostante la politica carolina avesse sostanzialmente rispettato i loro equilibri interni […] A coalizzare tutti gli interessi lesi dalle riforme fu di nuovo la guerra: questa volta la guerra di successione austriaca (1740- 48), in cui il Regno di Napoli si trovò coinvolto per il suo legame con la Spagna. L’impegno bellico e le sue necessità finanziarie costrinsero la corona a cedere su quasi tutta la linea [..] Nonostante speranze ed entusiasmi, nonostante l’impegno profuso a sollievo delle finanze comunali e a sostegno della giurisdizione regia nelle province, anche nel nuovo Stato indipendente la storia delle Calabrie sembrava non giovarsi dei mutamenti politici e dinastici che avvenivano al centro, e subire solo i contraccolpi negativi del contesto internazionale. Accidenti e fatalità, clima e natura continuavano ad avere il sopravvento su progetti e intenzioni. Nel 1743 una nuova calamità la colpiva: la peste […] Alla peste si si aggiunsero la fame, il freddo […] Tutta la Calabria Ultra ne risentì i contraccolpi. Il catanzarese, già colpito da avversità climatiche e da scarsi raccolti nel 1741-43, subì nel 1743-44 le difficoltà di scambi commerciali prodotti dai cordoni sanitari contro il contagio, le spese per mantenere i miliziotti addetti al loro controllo (Anna Maria Rao, Ibidem, p.321-322). Le note precedenti attestano l’esistenza di una situazione complessivamente critica nel Regno conquistato da Carlo III, in Calabria lo era ancor di più, e da ciò sorse lo spirito di riforme da attuare, ci fu un notevole impegno in uomini nuovi e risorse, ma i ceti dominanti ( per lo più nobili ed ecclesiastici ) vi si opposero e riuscirono a farle revocare o a vanificarle, principalmente in una regione con gravi problemi propri di varia natura come erano le Calabrie di quel tempo.                                                                                                                                                                                        

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